AYRTON SENNA
La prima volta che apparse il suo nome è stato nel
1983. Stava dominando con la prepotenza e la sicurezza che sarebbero diventate una
consuetudine, il Campionato Inglese di Formula 3 e utilizzava ancora il suo lunghissimo
nome di brasiliano Ayrton Senna Da Silva. Aveva poi debuttato in Formula 1
l'anno successivo e, come tanti che seguivano la Formula 1 in quel periodo, abbiamo ancora
un ricordo nitido del piovosissimo Gran Premio di Monaco di quell'anno. Le vetture
dei concorrenti che faticavano a rimanere in pista e venivano spazzate via una ad una da
sbandate, incidenti e uscite di pista. Poi quella Toleman minacciosa e arrembante
sempre più vicina alla Mclaren biancorossa di Alain Prost. E la bandiera rossa,
inspiegabile, proprio mentre il giovanissimo Ayrton Senna era a un passo da Prost. Una
vittoria scippata, si disse sui giornali di allora. Ma resta il ricordo del volto timido e
felice di Ayrton sul podio di Montecarlo.
Prima di arrivare alla Mclaren aveva trascorso tre anni in Lotus, dando alla vecchia scuderia di Colin Chapman gli ultimi momenti di gloria e le ultime vittorie. Guidando la vettura inglese aveva dimostrato di essere colui che faceva la differenza. Poi era arrivato alla Mclaren e la sua strada aveva incrociato di nuovo Alain Prost.
I due piloti più grandi del loro tempo nella stessa scuderia. Una follia. Per qualche tempo riuscirono persino ad andare d'amore e d'accordo. Poi la lotta per il titolo, le personalità decise, i malintesi, il patto violato da Senna a Imola, scatenarono l'odio. La sua tomba, su una delle colline della sua amatissima città, è meta di pellegrinaggi incessanti. Il Brasile è ancora adesso di Ayrton Senna Da Silva. Molti lo sognavano sulla Ferrari, l'unica vettura prestigiosa che è mancata alla sua carriera straordinaria.
Ayrton Senna Da Silva non lasciava mai
indifferenti. Ayrton Senna era rimasto l'unico campione del mondo ancora in
attività. E poi arrivò il 1994 dopo la sua morte nessuno di quelli che lo hanno
circondato è stato all'altezza del suo ricordo. Non le sue donne, vere o presunte,
che si sono affrettate a vendere emozioni e ricordi. Non i colleghi, che hanno svilito
il processo, per quanto discutibile, con troppi non ricordo. Non la famiglia, che utilizza
la straordinaria emozione che il suo nome suscita, per lanciare linee di occhiali
da sole e di biciclette. E' rimasto suo l'amatissimo Brasile, che non riesce a dimenticarlo
né ad innamorarsi di altri piloti. Forse a lui sarebbe sufficiente.