LA BORGHESIA DURANTE IL FASCISMO


La letteratura italiana del primo dopoguerra affronta i problemi della borghesia del tempo indagando sulle problematiche interne alla classe borghese più che mettendo in luce le contraddizioni poste dal conflitto con la classe operaia e contadina. In linea di massima la letteratura che tentò il primo tipo d’approccio lo fece seguendo tendenze presenti nella letteratura internazionale (Proust, Musil, Joyce, Kafka) e cioè scavando nella realtà interiore dell’uomo alla ricerca della causa del suo disagio e senza collegare tale disagio con le caratteristiche proprie di un determinato periodo storico; Freud e l’esistenzialismo furono gli strumenti d’indagine preferiti e la dimensione della contrapposizione politica rimaneva sostanzialmente marginale: non c’è da meravigliarsi quindi se nell’opera di Pirandello non ci sono riferimenti di natura politica e se lo stesso Moravia, riferendosi a Gli indifferenti, ha sempre dichiarato di non aver voluto fare un’opera di denuncia politica. Di fatto però questo lavoro è considerato uno dei primi romanzi di denuncia politica del nuovo realismo proprio perché, al di là della volontà dell’autore, la stessa descrizione della vita borghese suonò come una forte critica nei confronti di una classe ormai vuota e “inetta” o “senza qualità”. Per quanto riguarda comunque gli aspetti relativi al conflitto tra le classi, nel periodo fascista quest’aspetto fu limitato ad alcune opere di Vittorini e alla letteratura meridionalistica, e non assunse connotazioni di particolare rilevanza.


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