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Soggettista, sceneggiatore, scrittore, nato a Luzzara (Reggio Emilia) il 20 settembre 1902. Verso gli anni '30 iniziò una intensa attività di scrittore e giornalista, dirigendo anche il periodico "Cinema illustrazione", e scrivendo alcuni libri d'un umorismo leggero e un poco surrealistico, quali Parliamo tanto di me, I poveri sono matti e altri, che lo imposero all'attenzione della critica e del pubblico, come uno dei piú originali umoristi italiani di quegli anni. Nel cinema cominciò a lavorare, come soggettista e sceneggiatore, nel 1935, esordendo con Darò un milione (M. Camerini) e proseguendo con altri film d'un certo interesse. Ma l'affermazione piena e sintomatica d'un vero e genuino temperamento di sceneggiatore si ebbe solo alcuni anni dopo, nel 1942 con Quattro passi tra le nuvole (A. Blasetti) e nel 1943 con I bambini ci guardano (V. De Sica), che già preludono al neorealismo. L'incontro con Vittorio De Sica condizionerà tutta la successiva attività cinematografica di Zavattini che, a partire dal 1945, andrà imponendosi come il propugnatore e il teorico di un cinema antiromanzesco, cronachistico, quotidiano, tutto intento a cogliere l'uomo nei momenti piú intimi e rivelatori della sua esistenza. Esemplari sono, in questa direzione, Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948) e, soprattutto, Umberto D (1952), tutti diretti da Vittorio De Sica, sempre piú depurati di ogni elemento falsamente drammatico per giungere alla contemplazione critica di una determinata condizione umana. Oltre ai limiti concessi dalla pur necessaria costruzione spettacolare del film egli cercherà di andare con una seríe di film-inchiesta realizzati da diversi registi su temi appositamente scelti: Amore in città (1953) in cui volle giungere al diretto contatto con la realtà nel suo farsi nell'episodio Storia di Caterina (F. Maselli); Siamo donne (1953), Le italiane e l'amore (1961), I misteri di Roma (1963), in cui portò, con risultati discutibili, alle estreme conseguenze la sua poetica del "pedinamento". Accanto alla vena piú propriamente "neorealistica" della sua opera è sempre stata presente tuttavia anche la vena che potremmo definire "surrealistica", caratteristica delle sue prime prove di scrittore, che ha punteggiato la sua intera carriera di sceneggiatore con risultati notevoli, come in Miracolo a Milano (1951), o deludenti, come ne Il giudizio universale (1961), ambedue diretti da Vittorio De Sica. Tra le altre sue opere di rilievo, vanno almeno ricordate E' primavera (1949, R. Castellani), Bellissima (1951, L. Visconti), Prima comunione (1950, A. Blasetti), Buongiorno, elefante! (1952, G. Franciolini) e Il tetto (1956, V. De Sica), che può essere considerato il film che inizia il periodo involutivo della poetica zavattiniana e la crisi del neorealismo. [...]Tuttavia per il grande apporto creativo che egli ha dato al cinema italiano del dopoguerra e all'affermazione del neorealismo e per il fervore di iniziative, soprattutto tra i giovani, che ha promosso, facilitato e influenzato, Zavattini occupa un posto di grande importanza nella storia del cinema, non solo italiano. Al suo nome rimane legato tutto un periodo, estremamente ricco di opere di valore e di fermenti culturali, che ha caratterizzato un largo settore della produzione cinematografica: il neorealismo. (Dal Dizionario del Cinema Italiano 1945/1969 autore Gianni Rondolino editore Einaudi 1969) FILMOGRAFIA 1935 - Darò un milione PREMI 1948-49: Nastro d'argento per il miglior soggetto e la migliore sceneggiatura (Ladri di biciclette) |
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