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LA TREGUA
di Primo Levi

Al suo secondo libro Levi pensò subito dopo aver ultimato Se questo è un uomo. E del resto logico che l'autore avvertisse la necessità di condurre avanti l'opera di testimonianza intrapresa e per due motivi chiaramente individuabili: in primo luogo perché la sua vicenda non si era affatto conclusa con la liberazione dal Lager nazista. Doveva infatti trascorrere quasi un anno prima che gli fosse possibile far ritorno in Italia.
In secondo luogo perché dopo aver lavorato ininterrottamente per alcuni mesi alla stesura del primo libro ed aver affidato ad esso le impressioni e i ricordi della sua esperienza di prigionia, quella stessa "liberazione interiore" non si sarebbe completamente attuata se al racconto delle sofferenze patite nel Lager non avesse fatto seguito quello delle peripezie nelle quali egli incorse subito dopo e che assunsero il carattere di un epilogo al tempo stesso assurdo e drammatico.La tregua ha inizio esattamente là dove si interrompe Se questo è un uomo, cioè con l'arrivo dei russi al campo di Buna-Monowitz la mattina del 27 gennaio del 1945. La narrazione procede col resoconto degli avvenimenti che tennero dietro all'arrivo dei russi. Giungono i primi rifornimenti, i primi soccorsi, ragazze polacche "pallide di pietà e di ribrezzo" si aggirano per il campo occupandosi dei superstiti. I prigionieri ancora in vita, i malati, i moribondi vengono trasferiti al "Campo Grande" di Auschwitz dove l'autore, appena giunto, si ammala e avrà modo di guardarsi intorno e di venire a contatto con una folla di personaggi. Tutti personaggi ritratti da Levi che assumono qui un valore emblematico emergente ciascuno con un suo volto dalla folla spettrale dei superstiti. Ristabilitosi, l'autore abbandona il campo aggregandosi a coloro che sono in grado di intraprendere il viaggio di ritorno verso i rispettivi paesi di origine.
Ma ha inizio cosí quella estenuante odissea che lo avrebbe condotto per circa un anno attraverso l'Europa orientale..Tuttavia l'autore non si lascia mai coinvolgere dagli eventi narrati, non si identifica mai del tutto con essi, bensí riesce a presentarceli con quel distacco e con quella lucidità, sempre sorretta da un giudizio morale di fondo, che gli permettono di individuare al di là dei fatti i meccanismi segreti che li governano e di metterne in luce di volta in volta gli aspetti piú grotteschi od assurdi. L'attenzione dell'autore non si sofferma tanto sull'aspetto esteriore dei personaggi quanto sul loro diverso atteggiarsi nei confronti della realtà, sulla loro fisionomia psichica alla quale egli guarda, piú che con l'occhio del moralista, con quello dello scienziato, riuscendo cosí a darci di ciascuno di quei personaggi un ritratto inconfondibile. Nel maggio del 1945 la guerra ha fine. Sul finire della primavera giunge la notizia del rimpatrio. I reduci italiani prendono posto su un treno merci in partenza per Odessa dove una nave avrebbe dovuto condurli in Italia. Ma non accadde cosí. Il treno non giunse mai a Odessa. A partire da questo momento la narrazione assume il tono angoscioso che conserverà quasi costantemente fino alle ultime pagine anche se non mancano squarci elegiaci, notazioni umoristiche e descrizioni altamente suggestive soprattutto per quanto riguarda il paesaggio russo. L'assurdo viaggio verso il Nord conduce i reduci fino alla sperduta località di Staryje Doroghi che raggiungono a piedi. Vengono alloggiati in un gigantesco edificio situato in un luogo selvaggio ai margini d'una foresta. Qui, sempre in attesa di rimpatrio, sosteranno per due mesi fino al 15 settembre del 1945. In queste pagine troviamo vivissime descrizioni non solo del paesaggio ma anche della gente russa, contadini del luogo e soldati posti a presidio del campo, le cui debolezze e i cui meriti - sempre in equilibrio precario tra un'atavica negligenza di stampo oblomoviano ed una passionalità primordiale ricca di slanci - vengono qui tratteggiati con incisivo umorismo e con quell'attenzione agli aspetti piú reconditi della personalità umana che abbiamo avuto occasione piú volte di mettere in luce. Finalmente arriva l'annuncio della partenza e, dopo una notte di festeggiamenti, tutti gli italiani raccolti nel campo si dirigono esultanti alla stazione del piccolo villaggio di Staryje Doroghi dove c'è un treno che li attende.
La prima delusione nasce dal rendersi conto che il treno ripercorre a ritroso le tappe del viaggio già compiuto. Giunto a Zmerinka, dove i reduci avevano già trascorso giorni di attesa angosciosa, inspiegabilmente scende verso il Sud, compiendo un interminabile percorso fin quasi alle sponde del Mar Nero, per poi risalire lentamente attraverso la Romania, l'Ungheria e la Cecoslovacchia e giungere a Vienna l'8 ottobre dopo un viaggio protrattosi per piú di venti giorni. La gioia del rimpatrio è costantemente offuscata, oltre che dai disagi materiali derivanti dal viaggio e dallo spettacolo di una Europa ovunque in dissesto, anche dai continui ricordi che accompagnano i reduci. Le ultime pagine, quelle che narrano di come avvenne il passaggio del Brennero nella notte tra il 16 e il 17 ottobre del 1945, e il rientro in patria dopo il lunghissimo esilio, sono contrassegnate da una feroce tristezza. Quella stessa che percorre tutto il libro ma che qui esplode nei suoi accenti piú dolorosi: perché se "la tregua" sta per concludersi, se la lunga odissea del rimpatrio è giunta alla fine, il futuro, per i reduci da Auschwitz, si presenta ricco di incognite.
Nella La tregua dovremo sottolineare come la singolarità dell'opera sia innanzitutto da ravvisarsi nel fatto che l'autore abbia saputo cogliere gli aspetti nodali di questa esperienza offrendoci, ancora una volta, attraverso la narrazione delle proprie peripezie e di quelle dei suoi compagni, la storia di una vicenda interiore, quella cioè dei guasti irreparabili impressi dal Lager nell'animo dei sopravvissuti, le profonde ferite insanabili che li accompagnano nel loro desolato peregrinare sulla via del ritorno.
Ed ecco ancora perché La tregua si configura come un'odissea: è appunto il libro del ritorno, inteso come travaglio interiore, lotta contro le memorie, resurrezione alla vita, dove gli episodi, i personaggi, gli incontri, le stesse tappe dei viaggio stanno ad illustrare, in chiave emblematica, i momenti cruciali di quel doloroso itinerario che è appunto il recupero dell'io, della propria integrità umana, calpestata e avvilita dalle tremende ferite che ha dovuto subire.
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