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RACCONTI ROMANI
di Alberto Moravia

L'occasione da cui sono nati questi "racconti romani" va collegata alla sensibilità di Moravia, suggestionabile in non poca misura dalle direzioni che si aprono alla cultura nel suo vario sviluppo. Nel 1952 e piú oltre, fino al 1958-59, le tesi populiste che scaturiscono dalle teorie di Grarrisci su una letteratura popolare, non lasciano indifferente Moravia, che si illude di vincere il conflitto borghese con l'adozione di forme e modi e gusti nati in seno al proletariato, come i piú spontanei a verificare un'etica umana ancora genuina, disponibile e piena di fervore.
Moravia inizia questo ciclo con il romanzo La romana, nel 1947 e, passando attraverso i Racconti romani e il romanzo La ciociara del 1957, lo chiude nel 1959 con i Nuovi racconti romani. Ma va subito sottolineato che i Racconti romani - appunto perché nati da un'occasione esterna - non valgono a rappresentare compiutamente l'immagine del popolo cosí com'era nelle intenzioni dello scrittore, sia dal punto di vista linguistico che da quello della "sanità morale" che lo scrittore cercava di ravvisarvi. E per un fatto semplicissimo, perché dal popolo, dalla sua parlata, dai suoi vizi "elementari" circoscritti in questi racconti, emerge quasi sempre il difetto fondamentale di tipo esistenziale del Moravia de Gli indifierenti, qui, nei racconti, frantumato in mille modi imprecisi, rappresentati da tipi umani che nulla serbano della schiettezza e dell'istintività popolare.
L'occasione esterna da cui sono nati questi racconti e di cui si diceva all'inizio, è da ricercarsi nella collaborazione alla terza pagina del "Corriere della Sera", sulla quale Moravia puntualmente li pubblicava.
L'impostazione di quasi tutti i racconti delle due raccolte è in prima persona (eccetto Gli occhiali) e lo scenario è la Roma popolare e suburbana degli Anni Cinquanta, ma anche la Roma strana e ciarliera, carica di umori, costruita da Moravia. Sono da sottolineare, tuttavia, la concretezza del disegno, la rapidità dell'azione chiusa in poche pagine, e la singolarità dei personaggi che sono visti da Moravia con sguardo benevolo, nella loro realtà elementare.
Il tema centrale che li contraddistingue è quasi sempre ravvisabile nella reazione ad una condizione infima, sofferta, di gente che vive in modo precario, in mezzo a mille difficoltà, a mille preoccupazioni, ricorrendo ad infiniti espedienti per chiudere la giornata in modo proficuo, ma nel solo senso elementare della soddisfazione fisica. Oppure, tra rivenduglioli, bottegai, operai, camerieri, o uomini tutto fare, si ravvisano esseri che, marchiati da una condizione ancestrale di miseria, sono costretti - quotidianamente - a soffocare motivi internamente validi e morali, pur di sfamarsi.
L'istinto di conservazione di questi personaggi è uguale per intensità a quello di altri esseri "naturali", che non hanno princípi d'etica e di morale, che non guardano al futuro o si sorprendono inclini alla conservazione o al possesso, ma vivono piuttosto alla giornata, catturando ogni occasione propizia: l'espediente, l'imbroglio, l'inganno, sono per loro necessari.
Ogni racconto è concatenato agli altri, anzi legato ad essi da questa comune impronta di sofferenza, tanto che la serie potrebbe continuare all'infinito, nella stessa misura in cui sono infiniti i casi umani da narrare e portare alla luce.
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