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PRIMA CHE IL GALLO CANTI
di Cesare Pavese
Il carcere fu steso dal novembre all'aprile del '39, con il titolo di Memorie di due stagioni. L'autore si decise a pubblicarlo molti anni dopo, nel '48, insieme a un romanzo piú maturo e complesso, La casa in collina, sotto un titolo, Prima che il gallo canti, che li connetteva entrambi a una crisi di coscienza nata dal non aver partecipato alla Resistenza.
IL CARCERE
Il carcere è un romanzo ambizioso, ambiguo, disperatamente e narcisisticamente letterario. Tentava di essere la storia di una non-partecipazione umana, di una non-solidarietà con gli altri. Il carcere tendeva a oggettivare in rappresentazione artistica il dramma dello scrittore di quell'epoca: la sua solitudine coatta, che egli cercava di trasformare in una scelta "storica", con l'addossarla al protagonista, per guardarla dal di sopra del protagonista stesso e vederne coraggiosamente tutte le conseguenze aberranti.
L'autore tentava una operazione contraddittoria: di sublimazione nel simbolismo metafisico; di demistificazione attraverso il realismo rappresentativo. Il fallimento di questo progetto impossibile è dovuto in parte anche al linguaggio, non ancora "portante". Un linguaggio morbido sostanzialmente evocativo, crea effetti stemperati e attutisce la potenziale drammaticità del racconto, che si enuclea solo nelle zone piú nitide e scolpite, realizzate nel dialogo.
All'origine della vicenda narrata c'è un problema morale: come affermare, nella non-libertà la libertà? Eleggendo la solitudine inflitta e subíta in solitudine voluta e scelta, Stefano, il protagonista, tenta la tipica libertà stoica della trasformazione del male in bene, del destino in virtú, incominciando a vivere un processo di progressiva volontaria estraneazione a quella gente, a quel paese, a quel mare che sono le pareti del suo carcere invisibile..
E lo spirito di quella terra da cui Stefano non vuol farsi ghermire, è una cruda, oscena animalità, vissuta in segreto dietro le facciate delle case.
Nel progressivo sforzo di estraniarsi, Stefano indulge a due errori: amoreggia quasi incestuosamente con una pallida, sfatta, materna donna del paese, Elena, e stringe una tacita amicizia con un giovane, Giannino. Impigliato in questi due rapporti umani, incapace di troncarli, decide di viverli in solitudine, negandoli come rapporti, sopprimendone l'umanità della comunicazione. Incomincia cosí una strenua lotta la cui prima vittima, naturalmente, è la donna. A furia di colpi spietati, egli vuol costringerla a "fargli da corpo", solamente da corpo, senza chiedergli altro. Quando Elena, muta ma orgogliosa, si ribella scomparendo, Stefano comprende che un avanzamento sulla strada della solitudine è la castità, e ormai "l'ostacolo estremo alla piú vera solitudine" è Giannino. Ma Giannino viene arrestato per violenza carnale. Stefano allora si sente libero, sente d'aver toccato il fondo della solitudine. Un giorno riceve un messaggio in cui gli si chiede aiuto, compagnia, solidarietà. L'ha scritto un anarchico, un nuovo confinato. Stefano brucia il messaggio. Poco dopo, arriva il condono. La vicenda si chiude sull'affrettata partenza di Stefano.
Il libro patisce, in definitiva, di due deformazioni di fondo, due veri e propri rovesciamenti o alibi che si attuano insensibilmente sotto gli occhi del lettore, sotto la bella veste letteraria
La prima deformazione sta nel voler far coincidere la condizione disumana di Pavese-Stefano con la condizione umana stessa, disperato tentativo di sublimazione delle vicende del proprio ego. La seconda, nell'accollare all'anarchico il complesso di colpa dell'autore-protagonista, dichiarandone, sí, l'umanità, la semplicità ma, nello stesso tempo, proiettando su di lui quel giudizio di appartenenza a "un'altra razza, di tempra inumana", sotterranea. C'è qui un discarico di responsabilità, che indebolisce e rende ambiguo il dominio morale del tema e del problema.
LA CASA IN COLLINA
Fu scritto fra il settembre 1947 e il febbraio dei 1948, e pubblicato nel 1949 insieme a Il carcere nel volume Prima che il gallo canti.
Su due piani stanno la città e la collina: la prima nel suo valore realistico, la seconda con forte valore di mtafora. Il romanzo sviluppa i due termini in un crescendo significativo. La guerra crea una "risacca tra collina e città": la città sotto le bombe, "raggelata", "ammutolita"; la collina, coi suoi prati e boschi, rifugio provvisorio per tanta povera gente dal "soprassalto notturno degli allarmi". Per Corrado, professore torinese solitario e introverso, c'è una stabile casa in collina, caldo rifugio borghese. La guerra scuote la città su cui il tempo storico incide con sconvolgente violenza, mentre la collina incomincia è caratterizzata da una imperturbabile immobilità, e fa scoprire man mano a Corrado che vi s'aggira in solitudine le radici, le tane, le forre, "le vite nascoste... l'occulto della terra".
Incomincia a dipanarsi il filo della vicenda: Corrado sulla collina, tra gli altri sfollati, ritrova Cate, un suo maltrattato amore di alcuni anni prima, che ora ha un figlio, Dino, d'età tale che potrebbe anche esser nato dal loro rapporto. Corrado, chiuso nella sua "strana immunità in mezzo alle cose", s'incontra quotidianamente con Cate, gioca con Dino, teme sempre piú che possa essere suo figlio, ma non osa arrivare alla verità. Il suo ideale, dichiara a Cate, sarebbe non muoversi piú dalla campagna e difende ancora la propria solitudine dinanzi a Cate e ai suoi amici operai torinesi che incominciano a organizzarsi clandestinamente. La gente invoca la pace. Arriva l'8 settembre. Per Corrado la solitudine si rivela sempre più come un alibi: da "illusione" di coraggio comincia a trasformarsi in coscienza di viltà.
Corrado teme ora l'inverno e afferra il segreto dell'esistere implacabile della realtà; non può piú nascondersi che la sua solitudine è un'immaturità giacché intorno a lui la gente incomincia a pagare il vero coraggio con la prigione. Il suo alibi (la solitudine come un coraggio e una sfida) non tiene piú. Allora ha una crisi mistica. La "pace", da questo momento, incomincia a significare per lui non solo la pace storica, la fine della guerra, bensí la pace dell'anima, la pace religiosa. All'inizio della primavera, Cate viene arrestata coi suoi amici partigiani - e Corrado, nauseato dal terrore, assiste alla scena nascosto dietro dei tronchi. Inquieto si avvia a piedi, di collina in collina, verso le natíe Langhe, in un ritorno fortunoso, pieno di incertezze, attraversando, neutro e atterrito, fra repubblichini e partigiani, le colline divenute uno scenario di morte, e osservando le morti degli uni e degli altri con il medesimo orrore e pietà neutrali, come se il suo sguardo vi si posasse dal di sopra, partecipe di una superiore saggezza. Sulla collina natía ritrova una pace provvisoria. Il romanzo si chiude su una pagina famosa, di crudele autodenuncia. e su una riflessione destata dai "morti sconosciuti, i morti repubblichini" "Sono questi che mi hanno svegliato, se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile... vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l'ha sparso".
Su un primo livello, il piú evidente sul quale è sempre stato interpretato, il romanzo è un esame di coscienza, una confessione impietosa, una trasfigurazione autobiografica lucida e terribile. Svolge, come una via crucis, l'itinerario di una coscienza che si guarda e si ritrova colpevole, con un radicalismo, una forza di distaccarsi dall'amore per sé, che battono di molte lunghezze l'ancor ambiguo, difensivo narratore de Il carcere. Su questo piano, La casa in collina è veramente "la storia di una lunga illusione". Ma al di sopra, sull'altro piano, si disegna nel romanzo uno scontro e un raffronto problematico fra la città (o mondo dell'accadere storico, della brutalità degli eventi mossi dalla volontà umana, e del "selvaggio" che è nella città e civiltà e storia) e la collina, teatro del selvaggio naturale (sangue nei boschi, sangue assorbito che rifiorisce in natura, esplosione sotterranea e perenne delle forze naturali in un ciclo imperturbabile in cui ritorna l'essere delle cose). Si realizza cosí, fra il polo realistico del selvaggio cittadino o storico e quello metaforico del selvaggio naturale, un secondo senso piú vasto e ambiguo del romanzo. Si ha qui una messa in rapporto fra il tempo metafisico dell'essere e il tempo storico degli eventi (di cui la guerra diventa il piú grande traslato). |