IL PARTIGIANO JOHNNY
di Beppe Fenoglio

Nel 1968 Lorenzo Mondo pubblicava dagli inediti di Fenoglio il romanzo Il partigiano Johnny, che doveva costituire parte integrante di Primavera di bellezza. Protagonista del romanzo è lo stesso Johnny di Primavera di bellezza, non morto, bensì imboscato in una villetta sulle colline vicine ad Alba. Nonostante i suoi gli abbiano vietato di venire in città egli scende ad Alba ed incontra un suo professore di Liceo, Monti (nella realtà Chiodi, insegnante di filosofia di Fenoglio al Liceo), il quale gli parla di Kierkegaard, ma che arringa in un postribolo le ragazze; c'è anche Corradi (il prof. Cocito), con cui si imposta una discussione sulla diversa interpretazione che può esser data alla lotta partigiana. Monti definisce partigiano chiunque combatterà contro i fascisti; Corradi, invece, sostiene che non basta combattere il Fascismo, occorre anche avere chiare le idee politiche su come ricostruire la società. Senza una coscienza politica, un partigiano che combatte il Fascismo può essere soltanto un Robin Hood.
In seguito al bando Graziani, che richiamava alle armi dell'esercito neofascista repubblicano tutti gli uomini dai venti a cinquanta anni, pena la fucilazione, Johnny vince le ultime esitazioni e parte per le alte colline ad arruolarsi con i partigiani.
Ma i partigiani che incontra sono comunisti, che stanno prelevando viveri da un paese, e dopo aver completato il carico, ripartono per la base. Qui viene presentato a Tito, un capo gruppo d'azione partigiana e da questi viene prima interrogato e poi accolto. Poi viene chiamato al comando, dove l'aspettavano il commissario Némega, il capitano Zucca e il tenente Biondo. Qui l'ironia di Fenoglio non risparmia nessuno.
La prima azione di guerra lo riconcilia con il suo nuovo mestiere di partigiano e lo affratella ai suoi compagni di lotta con i quali si trova faccia a faccia con la morte ad ogni momento. In uno scontro con i fascisti viene ucciso Tito; qui Fenoglio rivela tutta la sua pietà per questi suoi nuovi fratelli.
Fenoglio in questo romanzo recupera squarci e situazioni di altri suoi racconti della Resistenza, ma punta di più sulle figure di alcuni personaggi; tra questi emerge certamente il Biondo, così forte e serio "così onesto anche in quella sua astensione dell'incoraggiamento", Johnny così ancora legato ai ricordi dei classici studiati al liceo. Durante un'azione dei rossi di Némega, la sua squadra si disperde, Johnny decide di non raggiungerla all'appuntamento stabilito, e ritorna in città.
La nostalgia di Alba però, lo divora e chiede alla gente di campagna se essa è in mano ai fascisti o no; ma nessuno sa niente, da tempo i contadini non scendono più in città. Cammin facendo incontra l'industriale enologico B., qualcosa di più d'una conoscenza. Questi, dopo un breve colloquio informativo sulla situazione di Alba occupata e tenuta dai fascisti, lo conduce nella sua villa sepolta nel mirto fradicio. In quell'industriale che vive in una villa in collina con la moglie e la figlia e la signora G. e sua figlia sfollate, Fenoglio ha voluto rappresentare simbolicamente la posizione di tanta borghesia italiana di quegli anni.
Ad un certo punto egli avverte che nessun rapporto è più possibile ormai tra lui e la gente come quella, pertanto decide di allontanarsi da quella villa per raggiungere le formazioni badogliane. Ma anche qui Fenoglio fa le sue osservazioni, come per quelle comuniste:
Quanto all'etichetta politica, i capi badogliani erano vagamente conservatori, ma la loro professione politica, bisogna riconoscere, era nulla, sfiorava pericolosamente il limbo agnostico, in taluni di essi si risolveva nel puro e semplice esprit de bataille. L'antifascismo però, più che mai considerato, oltre tutto, come un'arma, potente rivendicazione del gusto e della misura contro il tragico carnevale fascista, era integrale, assoluto, indubitabile.
Qui l'intellettuale e borghese Johnny si trova più a suo agio, anche se si sente uccello diverso in quello stormo. L'atteggiamento di Fenoglio non è mai politico, bensì umoristico e ironico e la sua ironia avvolge badogliani e comunisti nella stessa misura.
Dopo un periodo di relativa sicurezza, Johnny si prepara all'azione di guerra e all'impresa di Alba che gli sembra arrischiata per molte ragioni, dato che
non si era potuto vagliare gli arruolati, i partigiani erano quelli che erano, il fiore e la feccia, come sempre succede in tutte le formazioni partigiane.
La conquista di Alba per Johnny-Fenoglio non è soltanto un'azione partigiana, ma è una sorta di resurrezione della sua anima, la Mecca nel senso religioso della similitudine. Anche qui c'è una figura di donna, che ricorda la Fulvia di Una questione privata, Elda, una sfollata torinese, una ragazza che rappresenta tutto ciò che di morbido, di dolce, i partigiani hanno lasciato dietro le loro spalle. L'appuntamento di Johnny con Elda viene interrotto da raffiche di mitra, i partigiani vengono dispersi da un formidabile rastrellamento di uomini e di mezzi fra l'ostilità dei contadini che vedono bruciare le loro case e sequestrati i loro beni.
Le pagine della fuga dei partigiani sono tra le più drammatiche. La solitudine e la disperazione colgono ancora Johnny, che cattura un fascista per scambiarlo con il suo amico Ettore fatto prigioniero. Ma nell'ultima azione anche Franco e Tarzan gli cadono vicino, mentre egli sotto il tiro nemico ha finito le munizioni. "Due mesi dopo la guerra era finita".