L'ORO DI NAPOLI
di Giuseppe Marotta

"Voglio bene, perché ci son nato, al mondo dei vicoli e della povera gente del mio paese. Di tutti i suoi mali sono depositario e amico, ne parlo perché li conosco, ne parlo con la speranza di giustificarli, di dimostrare che prima di risolversi in colpe i mali di Napoli sono soltanto dolore. Qui il castissimo cielo non è fratello di nessuno". Nulla meglio delle parole dell'autore stesso può spiegare il contenuto, il significato di questo libro, uno dei più famosi del dopoguerra. E’ una dichiarazione d'amore per Napoli, città splendida e misera, amorosa e spietata, e per i suoi abitanti, disperati, miserabili, fantasiosi, magnifici, capaci di inventarsi la vita giorno per giorno, carichi di una umanità che la durezza dei vivere non può distruggere. In questi racconti Napoli è descritta com'era (o forse com'è; sarà motto cambiata ora, a quarant'anni di distanza?), senza stereotipi o stupido folklore, senza pietismo o retorica, ma con commossa, asciutta, a volte divertita partecipazione.
Napoli, io, certe pietre e certa gente: ecco quanto, forse, si troverà in questo libro. Nella vita di ogni uomo di penna, narratore poeta, giullare o quel che è, arriva sempre un momento(che può durare poco o molto) in cui la sua materia decide di somigliargli, rivelandosi esclusivamente composta di fatti e di volti che gli appartennero o che lo sfiorarono.
Ho vissuto molti anni lontano dal mio paese, volendo segnalarmi nel mondo della carta stampata assai più accessibile dal nord; d’improvviso Napoli e la mia giovinezza e persone e vicende,che la abitarono o che si sì affacciarono appena si sono messi a chiamarmi, proprio con un’insistenza da gente dei vicoli partenopei, tenera e perentoria: o meglio mi hanno fatto sapere che non ci eravamo separati mai, che sempre le avevo portate con me.
E il mio mare? Eccolo che va e viene sulla sabia di S.Giovanni di Bagnoli di Pozzuoli; la spiaggia si abbuia e si rischiara per questo alterno afflusso di umidità, come una fronte pensosa; più al largo certe zone d’acqua appaiono egualmente meditabonde, di un densoazzurro, mentre altre ridono con bianche spume, palpitanti come gole d’uccelli. E’ in questa lieta, non in quella imbronciata, che bisogna inzuppare i "taralli". Si tratta di ciambellette con strutto e pepe, localmente famose, alle quali la salsedine marina conferisce un sapore anche più allegro, persuasivo, starei per dire ondulante come il moto stesso della barca. I "taralli" si mangiano appunto in canotto, abbandonando i remi, fissando per esempio le case di Mergellina che fremono e pulsano come se fossero dipinte su una camicetta. Ora un mare che si è mangiato tante volte nei "taralli" nei molluschi e nei crostacei più complicati ed eccitanti, qualcosa deve aver lasciato nel nostro sangue. Certi giorni basta uno scroscio di fontana, una fuga di nuvole, un soffio di scirocco, a far battere questo mare nei nostri polsi, mentre le dita istintivamente si incurvano come sulla impugnatura di un remo. Lo sappiamo a memoria questo mare, conosciamo i suoi schiaffi e le sue carezze; lo abbiamo sentito gridare e bisbigliare, dietro il vaporino di Capri si srotolava e ferveva come lo strascico di una sposa, ora domestico e cordiale come acqua di cisterna, lo portiamo con noi, dovunque, come tatuato sul petto con scogli e sirene.
Mare e vicoli e gente della mia giovinezza mi hanno fatto scrivere questo libro, che è dedicato a mia madre.
(Liberamente tratto dalla Prefazione all’Oro di Napoli , Quinta edizione Biblioteca Universale Rizzoli Gennaio 1998)