IL MESTIERE DI VIVERE
di Cesare Pavese

Dalla ricerca di un disegno interiore voluto e guidato, nasce un altro valore di elezione dello scrittore: lo "stoicismo", cioè un'assunzione del proprio destino che ne trasformi il male in bene. Strumento di questo disperato programma di moralità, è Il mestiere di vivere, diario che nasce da questa duplice crisi per fronteggiarla e aiutare lo scrittore a congegnare la propria esistenza, controllandone analiticamente i momenti.
Quando Pavese morí e uscí postumo Il mestiere di vivere, si ebbe un'altra ondata, nella pubblicistica, di critica "diaristica", di cui l'apporto piú complesso fu, nel 1953, quello di SERGIO SOLMI il quale, nel "pertinace sforzo di annientamento, di dissolvimento intellettuale" che il diario rappresentava, vide "il partito che Pavese seppe trarre da questa desolata pratica interiore trasferendola, e come materializzandone un equivalente fantastico, in tanta parte della sua opera, ma soprattutto nelle immagini lucide e febbrili dei racconti de La bella estate; o almeno del secondo e del terzo, specie del terzo. Con lo spettacolo, stavolta, di una dissoluzione vitale, di una morte animata, come una germinazione putredinosa. E indicò anche un'ambivalenza del suicidio: tutto nella vita è ambivalente, e ciò che aiuta a vivere aiuta anche a morire".