UNA MANCIATA DI MORE
di Ignazio Silone

Una manciata di more è il primo romanzo scritto da Silone in Italia, al suo ritorno, nel 1952. Fu considerato da CECCHI come il libro più impegnativo e più studiato del nostro scrittore.
Rocco de Donatis, finita la guerra partigiana, rimane nel suo paese come funzionario del PCI; ma presto si accorge come il Partito anteponga l'aspirazione al potere alla volontà di giustizia. Durante una distribuzione di terre, infatti, il Partito si accorda col latifondista per distribuire le terre ai contadini iscritti al Partito, escludendo quelli più poveri non iscritti. Rocco, non potendo sopportare questa ingiustizia, abbandona il Partito, subendo anche da parte della sua donna, Stella, rimasta fedele al PCI, accuse e perquisizioni abusive. Egli riprende la sua professione politica di uomo libero, facendosi leader dei contadini poveri, insieme a Martino e a Lazzaro, il cui scopo altro non è che un'utopia sociale, che coincide con quella di Silone, socialista senza partito e cristiano senza chiesa, e si racchiude in una formula già nota: "Fare del Fucino un Soviet con a capo Gesù Cristo". Sarebbe questo il motivo conduttore del romanzo, consistente nel tema della tromba, che è conforme alle leggende meridionali e significa l'attesa, la speranza in un mondo migliore, così vivamente sentita dai contadini meridionali, e dagli abruzzesi in particolar modo.