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LA LUNA E I FALO'
di Cesare Pavese
Il protagonista-narratore è un trovatello, cresciuto nelle Langhe e allevato da una famiglia di contadini che lavoravano le terre della Gaminella, un podere vicino al Belbo. E qui il carattere autobiografico di questo romanzo è fin troppo evidente. Anguilla, così si chiama il protagonista, è tornato dall'America. Dove ha fatto molta fortuna, e rientra al proprio paese delle Langhe, dopo che la guerra è finita.
Con questo espediente Pavese rinuncia del tutto a ogni idealità politica nel romanzo. Ad apertura di libro appare subito la psicologia delusa e il pessimismo del narratore:
Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.
Non è che il ritorno di Anguilla si colori di disfatta, bensì della consapevolezza che crescere vuol dire andarsene, invecchiare. Anguilla ora alloggia all'Albergo dell'Angelo e sorride se qualche contadino vuol vendergli terreno o dargli moglie, ripensando intenerito alla sua vita di miserabile trovatello, allevato da Padrino'e Virgilia che riscuotevano per lui ogni mese uno scudo dall'ospedale di Alessandria; la riva dei noccioli, le ragazze e la capra.
Ma delle poche persone che conosceva allora, quasi nessuno è rimasto: solo Nuto, il vecchio amico, che allora faceva il suonatore di clarino in tutti i balli a palchetto della valle del Belbo, e che ora è diventato un falegname preoccupato solo del suo lavoro, accoglie Anguilla festosamente e lo accompagna nelle sue peregrinazioni nei luoghi dell'infanzia e del passato. Per l'occasione Nuto gli si fa anche storico delle vicende accadute, racconta della guerra, dei vivi e dei morti, della Resistenza. A Nuto, che di tutto vuol darsi ragione e sostiene che il mondo è mal fatto e bisogna rifarlo, Pavese affida le sue idee sull'ansia di rinnovamento sociale e morale e politico della società.
Sulle colline è passata la guerra, e anche la Resistenza, ma ancora c'è la miseria più nera, per i dannati che tirano la vita coi denti. Infatti nella cascina in cui Anguilla venne raccolto, quando ancora era piccolo bastardo, da Padrino e Virgilia, ora vive Valino, un povero contadino che negli eccessi di ira e di miseria prende a botte la moglie, e con lui vive anche un povero figlio storpio, Cinto, che poi si lega d'affetto ad Anguilla. Quindi, racconta Nuto, la guerra e la Resistenza non hanno mutato nulla per la povera gente di campagna, tanti morti hanno lottato invano; anzi i signori, dopo la guerra, hanno rialzato la cresta, il parroco tuona anatemi dal pulpito contro i rivoluzionari, e si preparano i processi ai partigiani.
Questo disagio della sua terra fa ricordare ad Anguilla anche la California americana, terra barbara e selvaggia, ma anche ricca di progresso tecnologico e di automobili.
Ma la Langa non è meno inquieta dell'America, come Nuto gli fa sapere, parlandogli dei morti, della Resistenza, dei dannati che lottano con la miseria ancora, quel Nuto che in gioventù era un allegrone e suonatore di clarino, ma che ora non suona più, ma ha sulla bocca continuamente discorsi appassionati di giustizia sociale e di solidarietà. Anguilla, però, s'illude che sulle colline il tempo non passa e ha preso a frequentare Cinto, il ragazzo di Valino che vive nella cascina della sua infanzia, quasi per stabilire un ideale colloquio col se stesso di un tempo, per percorrere le strade della memoria, per nostalgia della sua infanzia, quasi identificandosi con lui.
Ma la realtà sempre interviene a lacerare il velo della memoria, perché il passato è perduto per sempre; del podere della Mora, di quella vita di noialtri non resta nulla. Le persone della lontana amicizia sono scomparse, i luoghi stessi sono mutati, al ricordo dei falò, che l'emigrante si era portato nell'anima durante il suo esilio americano, e che ai contadini delle Langhe servivano per svegliare la terra, ora si sovrappongono altri falò.
Le tre ragazze della Mora, le padroncine un tempo lontano da lui amate e sognate, hanno fatto una triste fine: una mal maritata, un'altra morta per aborto e Santina, la più giovane - la cara bambina di allora - uccisa dai partigiani e poi bruciata come spia fascista. Anche la terra ha voluto il suo tributo di sangue e di morte; infatti anche Valino, spinto dalla sua innata follia e dalla disperazione di vivere, distrugge col fuoco casa, famiglia e bestie e se stesso, dopo aver tentato di chiamare e di uccidere anche Cinto, il quale, ormai affezionato ad Anguilla, viene da questi affidato a Nuto perché impari il mestiere di falegname in bottega.
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