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GENTE IN ASPROMONTE
di Corrado Alvaro
Con Gente in Aspromonte (1930), Alvaro raggiunge la piena autonomia del suo stile narrativo. Le pagine di questo romanzo nascono "non solo da una fabulosa trasfigurazione di vita regionale condotta sul filo della memoria, non solo da una commossa ricostruzione di fatti, di persone, di paesaggi impressi nell'anima al suo affacciarsi alla vita, ma anche da una sofferta partecipazione al dramma della povera gente che da secoli lotta e soccombe, preda spesso di tirannici latifondisti, in una terra arida e desolata, e più ancora da un continuo impegno morale che accompagna e guida gli umili verso la rivolta e il riscatto" (BALDUINO).
In questa terra desolata, in questo luogo di annose ingiustizie sociali e di inveterate sopraffazioni, Alvaro colloca la vicenda umana di Argirò, un pastore sventurato, i cui buoi e animali avuti in custodia precipitano in un burrone e devono essere venduti per pochi soldi come carne di bassa macelleria. Il primo scontro tra servo e padrone avviene quando Argirò, accompagnato dal figlio Antonello, si reca in casa del padrone Filippo Mezzatesta, coperto appena dalla camicia e da un paio di mutande che si allacciavano alla caviglia.
Ovviamente il padrone in preda all'ira non vuol sentire ragioni e attribuisce a incuria e a mala intenzione di Argirò la morte delle sue bestie. Egli non vuole ammettere che è stata una disgrazia, che ha rovinato il povero pastore il quale ora rimarrà senza lavoro e senza denari, perché anche quel poco denaro ricavato dalla vendita delle vacche precipitate nel burrone viene consegnato al padrone; e quando questo povero pastore chiede la sua metà del ricavato, oltre alle offese, agli appellativi di zuccone, si prende anche le minacce, perché viene licenziato e messo in mezzo a una strada con l'incubo della fame per l'inverno imminente.
Il figlio del pastore, Antonello, assiste alla scena ricevendo un'impressione molto amara, se è vero che cercava la mano del padre con la sua manina, terrorizzato dalle minacce e dagli insulti del padrone. Ma la sorte si accanisce contro Argirò, a cui anche un piccolo pezzo di terra, lavorato con disperata fatica, va in malora travolto da un torrente; perfino un maiale viene stroncato dal morbo. Non gli rimane che esser preda degli usurai e far lavorare anche la moglie. Lunica sua speranza è il figlio minore, Benedetto, che facendosi prete darebbe al padre una bella rivincita. E un giorno lo manda in seminario, dopo che l'altro figlio Antonello si è impegnato a lavorare fuori paese per mantenerlo agli studi.
E il povero Antonello fa i più duri mestieri per mantenere il fratello al seminario; ma l'Argirò ha contro sé l'invidia di tutti i paesani, che mal sopportano la sua volontà di elevarsi socialmente; né, d'altra parte, egli fa qualcosa per non eccitarla; anzi va dicendo a tutti che quando suo figlio sarà prete metterà a posto i prevaricatori e i prepotenti.
La vita del povero Argirò diventa per questo insopportabile: gli danno fuoco alla stalla, gli uccidono la mula che era l'unico mezzo del suo lavoro di trasportatore e gli fanno altri dispetti. Ma nessuno parla e denunzia i responsabili di questi misfatti. Intanto Antonello perde il suo lavoro e ritorna in paese disoccupato e malato. Solo egli vendicherà il padre e tutti i pastori del paese; infatti se ne va in montagna e lì prima brucia un bosco di Filippo Mezzatesta e poi ne uccide anche il bestiame donando ai poveri la carne. Drammatica è la reazione del Mezzatesta che cerca con ogni mezzo di salvare le sue proprietà. Ma nulla può fare contro il brigante Antonello che distribuisce ai poveri il suo bestiame e distrugge i raccolti del padrone; finché, braccato dai carabinieri, si arrende dicendo
"Finalmente potrò parlare con la Giustizia. Che ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio!"
Intanto i Mezzatesta, che fino a ieri hanno fatto i padroni e i prevaricatori dei poveri pastori, sono andati in rovina; e i pastori, che fino a ieri sono stati vilipesi e sfruttati dai padroni, hanno finalmente trovato una via di liberazione e di rivolta, una protesta che li presenta in qualche modo alla giustizia della società. Il racconto vuol mettere in evidenza questa presa di coscienza del mondo dei pastori che finalmente riescono a manifestare la loro protesta contro la società ingiusta che ha dimenticato la loro umanità. "Gente in Aspromonte diventa la tragica storia di un urto secolare, vera e guizzante, senza niente di veristico e di stucchevole, e dove oggetti, proverbi, urli, insieme a un valido senso di un dialogo semplice e parlato, ricomposto senza alcuna codificazione letteraria, si fondono in valori e in tensioni permeate di magico contenuto" (CARA).
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