FONTAMARA
di Ignazio Silone

Fontamara fu scritto in un momento di amarezza, di rimpianto e di solitudine, nell'incertezza del futuro, ma anche col proposito morale di resistere allo sgomento del presente. In una casa di cura a Davos in Svizzera, nel 1930, egli concepì questo suo primo romanzo anche per denunziare lo stato di avvilimento sociale in cui si trovava il suo paese, oltre che per il bisogno di chiarire a se stesso il significato del suo contributo personale alla causa dei cafoni, nel momento in cui si distaccava dal Partito Comunista. Il romanzo apparve la prima volta nell'edizione svizzera, a spese dell'autore, sostenuto da 800 sottoscrizioni; fu tradotto in tedesco da Nettie Sutro, a Zurigo, nel 1933, ed ebbe diffusione clandestina in Germania. Poi apparve anche a puntate in quattordici periodici svizzeri di lingua tedesca; ma la divulgazione maggiore fu dovuta ai vari profughi politici italiani che transitavano per la Svizzera diretti in altri paesi. In Italia fu pubblicato a puntate nel 1945 nel settimanale di Buonaiuti "Il Risveglio" e nel 1947 presso la casa editrice Faro di Roma. L'edizione definitiva si ebbe nel 1949 con Mondadori.
Fontamara è la storia di un paese della Marsica, costituito da poche casupole e strade primitive. La scelta del tempo storico di questo romanzo è precisata nel periodo in cui, ai soprusi antichi di cui i poveri contadini di quel paese sono vittime, si aggiunge anche la violenza dei fascisti arrivati al potere. La nuova realtà politica colpisce Fontamara in due punti vitali: l'energia elettrica e l'acqua. La prima è stata tolta al paese perché i Fontamaresi da tempo non pagavano i canoni, né avevano di che pagarla. Del resto essi non hanno molti rimpianti, essendo stati abituati da tempo ad usufruire del chiaro di luna. Ma, senza l'acqua, quei poveri contadini sono destinati a morire di fame. Ed il punto focale nel romanzo è, appunto, la tragedia che ha origine da un grave sopruso commesso da un influente gerarca fascista, detto "l'Imprenditore", ai danni dei Fontamaresi. Infatti costui aveva acquistato da qualche tempo le terre di don Carlo Magna, un grosso proprietario terriero ormai ridotto in condizioni economiche assai precarie. L'Impresario, un politico assai intrigante e abile negli affari, intende bonificare quelle povere e sterili terre facendo deviare l'unico corso d'acqua della zona, che era la vita dei Fontamaresi. Solo per mezzo di quell'acqua i contadini da anni sopravvivevano, coltivando i campi irrigui sottostanti nella valle.
Ma nessuno può fermare l'Imprenditore, uomo senza scrupoli, politicamente sostenuto dai fascisti e dai signori locali; tanto più ora che egli è diventato podestà del capoluogo. I Fantamaresi sono povera gente, ingenua, impotente da sola a far fronte alle mire ambiziose di questo spregiudicato uomo senza scrupoli. Per di più egli ha la connivenza della classe dirigente locale, tra cui don Circostanza, don Abbacchio, il cavalier Pelino, i quali operano in suo favore, cercando di convincere il popolo alla nuova situazione politica. Dinanzi al furto dell'acqua, tanto preziosa per loro, i contadini reagiscono immediatamente, ma interviene don Circostanza, il quale, d'accordo col notaio, si burla della povera gente dividendo l'acqua in parti "uguali": tre quarti andranno all'Impresario e gli altri tre quarti ai contadini! Lì per li i contadini non comprendono la beffa, ma ben presto sono costretti alla fame per il furto "legale" della loro acqua. Di qui i torbidi e la rivoluzione.
Al furto dell'acqua si aggiunge ora la violenza delle squadracce fasciste, che invadono il paese, minacciano, e stuprano le donne. Durante una grande adunanza politica fascista nel capoluogo, in cui sfilano grosse autorità, viene definitivamente chiarito il grande equivoco sulla spartizione delle terre del Fucino, che costituivano la suprema speranza dei giovani contadini di Fontamara. Tra questi un giovane, Berardo Viola, uomo fortissimo e intelligente, comprende l'inganno fatto ai danni della povera gente, e diventa il leader politico dei contadini affamati di terre.
Egli è il primo vero eroe socialista siloniano, amante della giustizia e fiducioso in un rinnovamento della società. I giovani del paese lo seguono e pendono dalle sue labbra e dalla sua azione. Ma il suo entusiasmo ad un certo momento si stempera, perché egli ama Elvira, la più bella e la più onesta delle ragazze del paese. Per sposarla vuole farsi una posizione, lavorare fuori, magari a Roma, accumulare un po' di denaro e acquistare un po' di terra onde sostentare la propria famiglia. Però questo suo semplice sogno è infranto dalla violenza fascista: egli viene arrestato e ucciso in carcere, in quanto non vuole svelare chi è che lavora in incognito contro il regime. Anche Elvira muore per il dolore.