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CRISTO SI E' FERMATO A EBOLI
di Carlo Levi

Cristo si è fermato a Eboli è l'opera più nota di Carlo Levi e in essa l'autore racconta la storia del suo esilio in Lucania e l'incontro con la realtà contadina del Sud, arretrata e costretta a vivere in condizioni di miseria e di ignoranza.
"Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi..., perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono al di là dell'orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto."
Per questa povera gente, dimenticata dalla civiltà e dal progresso sociale, veramente Cristo si è fermato a Eboli, lasciando quelle popolazioni allo stato della loro preistoria e del loro paganesimo superstizioso. Tutto il libro va letto in questa duplice chiave: quella linguistica, tipica del letterato settentrionale che scopre innanzitutto un linguaggio del tutto inedito e sconosciuto alla civiltà, e di questo linguaggio sottolinea tutta la carica amara e ironica e talvolta grottesca e animalesca (a questo proposito utili ci sembrano le osservazioni stilistico-strutturali di Falaschi che sottolinea il valore ideologico delle attribuzioni umane al mondo animale: "denti di lupo"; "occhi rossi di coniglio", ecc.); e quella sociologico-politica, secondo cui si denunzia e si evidenzia, attraverso il realismo descrittivo e l'analisi oggettiva del racconto, la condizione di miseria e di disperazione in cui vivono in quelle terre abbandonate sia i galantuomini (cioè i possidenti) che i poveri. Ma in realtà quasi tutti sono poveri, perché chi non è bisognoso è nevrotico, maledice la sua permanenza in un paese disgraziato, in cui i medici sono ciucci e ignoranti, in cui si è odiati e bersagliati dalla invidia e dal rancore atavico e istintivo.
Il primo incontro del dottor Levi, confinato politico, con i contadini di Cagliano avviene lo stesso giorno del suo arrivo; ed è subito caratterizzato dal segno della morte. Infatti egli era appena entrato nella casa di una vedova, presso la quale avrebbe trovato provvisoriamente alloggio, in attesa di una sistemazione definitiva, quando alcuni contadini vengono a chiamarlo perché un loro parente sta morendo per un attacco di malaria. Levi si schermisce gentilmente, adducendo il fatto che egli da tempo non esercita la professione del medico; ma quelli insistono, dicendo che i due medici del paese sono piuttosto medicaciucci che medici di cristiani. Da quel primo incontro i contadini comprendono la profonda pietà, la comprensione che quel medico settentrionale ha per la povera gente. Egli, infatti, accorre al capezzale del povero moribondo; ma le condizioni del malato sono tali che nulla per lui può essere più fatto, e da lì a poco morirà.
Ai bambini, come ai contadini, Levi si accosterà con profonda comprensione e simpatia, tanto che essi ne avvertiranno la grande umanità e lo chiameranno fiduciosamente come medico e come maestro che possa insegnare loro a leggere e a scrivere. La grande istanza di questo libro è appunto nella scoperta di una nuova dimensione dell'anima umana, quella, finora del tutto sconosciuta, del contadino meridionale chiuso irreparabilmente in un destino di miseria e in una dignità interiore.
Dopo la prima notte passata a Cagliano, Levi avverte il rumore della quotidiana emigrazione dei contadini. Essi fanno tre o quattro ore di cammino per raggiungere i campi lontani e altrettante ore per ritornare a casa la sera. La terra che lavorano sui greti dell'Agri e del Sauro è infestata dalla malaria; e dalla malaria essi sono impestati sin dall'infanzia. Nulla di strano, quindi, se una mattina egli viene svegliato da grida di donne che attendono fiduciose quel medico settentrionale che possa curare i loro bambini.
Levi cerca di evitare di occuparsi di malati, dichiarando la sua poca competenza, ma comprende che non può resistere a lungo alle loro preghiere, "quelle donne mi pregavano, mi benedicevano, mi baciavano le mani. Una speranza, una fiducia assoluta era in loro".
Levi trascorre le sue giornate del confino tra passeggiate in compagnia del cane Barone entro i confini imposti dalle autorità, le ore dedicate alla pittura e qualche pratica medica, che malgrado i consigli proibitivi dei due medici del paese egli continua ad esercitare.
Una gradevole parentesi è rappresentata dall'arrivo della sorella, che con un permesso speciale delle autorità fasciste è venuta a trattenersi a Cagliano per quattro giorni. Qui Levi coglie l'occasione per descriverci, tramite la sorella, Matera, la città fantasma tutta racchiusa nel baratro dei Sassi, dalle abitazioni scavate nelle grotte e sovrapposte le une alle altre in strati precipitanti sul Basento. Con la descrizione del paesaggio brullo e bruciato dal sole si armonizzano anche le folle dei bambini denutriti, scheletrici e condannati sin dall'infanzia alla malaria e a una vita di disumani patimenti. A Matera la sorella non riuscirà a trovare in farmacia uno stetoscopio per il fratello medico; anzi si sentirà rispondere: "Lo stetoscopio? E cos'è?".
Dimenticati dallo Stato, dalla civiltà, dalla religione, i contadini di Lucania considerano la magia come un mezzo di difesa contro i mali fisici che li affliggono da ogni parte e nello stesso tempo la coltivano come estrema illusione per dominare gli eventi. E Levi entra anche in quel mondo misterioso della magia, scoprendovi ancora meglio la disperazione contadina. Ma l'incomprensione della burocrazia, invece di sanare, acuisce il dissidio e la diffidenza dei contadini; infatti la questura di Matera, per istigazione dei due medici del paese, proibisce a Levi di esercitare la sua professione medica; e un malato, che aveva bisogno di cure urgenti, stava per morire, prima che le autorità concedessero a lui il permesso di visitarlo.
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