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CONVERSAZIONE IN SICILIA
di Elio Vittorini
Dopo la guerra di Spagna e la crisi della società di quegli anni, Vittorini comprese l'essenza del Fascismo, come dimostra l'attacco del romanzo:
lo ero, quell'inverno, in preda ad astratti furori. Non dirò quali, non dirò quali, non di questo mi son messo a raccontare. Ma bisogna dica ch'erano astratti, non eroici, non vivi; furori, in qualche modo, per il genere umano perduto... Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un'ora, due ore e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e passavano i giorni, i mesi, e io avevo le scarpe rotte, l'acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete. Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver bisogno di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui. Ero agitato da astratti furori, non nel sangue, ed ero quieto, non avevo voglia di nulla.
Siamo ancora nel clima dell'indifferenza e della inettitudine, ma chi parla è Silvestro, un tipografo siciliano che vive a Milano e soffre per un desiderio di azione, consumandosi dentro di sé in un furore astratto. Reagisce a questo sentimento cupo di impotenza, decidendo di prendere il primo treno che parte per la Sicilia, come per obbedire a un confuso appello della sua terra di origine che gli fa vagheggiare una promessa di ritorno alla felicità dell'infanzia. Il suo viaggio si inizia come viaggio di evasione nel passato della sua terra, con la speranza di trovarvi una risposta autentica al vuoto della sua vita presente. Loccasione della partenza gli è offerta da una lettera del padre, il quale lo informa di essersi allontanato dalla madre. Quella lettera risveglia in lui tutto un mondo di ricordi e di fantasie dell'infanzia in campagna e nei paesi.
Da un presente, pieno di disperazione e di malessere, e in cui l'eco dei massacri lo ha agitato, Silvestro giunge nella pace della sua terra tra sperdute montagne e desolati fichi dindia. Ma anche in questi mitici luoghi dell'infanzia la tristezza del presente riappare confusa col passato. Gli stessi uomini che incontra durante il viaggio sono legati alla miseria del presente; i piccoli siciliani da terza classe, affamati e soavi nell'aver freddo, senza cappotto, le mani nelle tasche dei pantaloni, il bavero della giacca rialzato... scuri in faccia, ma soavi, con barba da quattro giorni, operai, braccianti dei giardini d'aranci, ferrovieri con i cappelli grigi a filetto rosso della squadra lavori ... ;il piccolo siciliano con la moglie bambina che non vuole mangiare arance e che rimane disperato con la sua miseria. i due poliziotti, Coi Baffi e Senza Baffi, che, sicuri del potere di cui sono servitori fedeli, vorrebbero mettere dentro i delinquenti politici "perché l'umanità è nata per delinquere", ma che, appena scesi dal treno, lasciano la puzza", secondo l'espressione severa e solenne di un siciliano grande, come un Gran Lombardo, personaggio che lascia un'impressione notevole in Silvestro, poiché invoca nuovi altri doveri per gli uomini, tutti legati al dolore del mondo offeso.
Il Gran Lombardo Il Gran Lombardo veniva da Messina "dove si era fatto visitare da uno specialista per una sua speciale malattia dei reni e tornava a casa, a Leonforte. Era un padrone di terre con tre belle figlie femmine", e aveva un cavallo sul quale andava per le sue terre, e allora credeva, tanto era alto quel cavallo, di essere un re; e avrebbe dato tutto quello che possedeva, e il cavallo anche, le terre, pur di sentirsi in pace con gli uomini come uno che non ha nulla da rimproverarsi. Avrebbe voluto, insomma, essere un buon cittadino che ha coscienza del dolore del mondo, dell'ingiustizia umana. Il discorso iniziato col Gran Lombardo continuerà poi nel paese di Silvestro con l'arrotino Calogero che vorrebbe combattere con forbici, punteruoli, spade per la sua rivolta.
Intanto Silvestro, immerso ormai nel paesaggio siciliano e tra gente sofferente per malattia e per fame, è giunto al suo paese e in casa della madre.
Il primo incontro è segnato dall'aringa arrostita, cibo di sempre della madre che ricorda l'infanzia di Silvestro. Laringa viene pulita, messa in un piatto e cosparsa d'olio, e Silvestro e la madre si siedono a tavola, in cucina, col sole alla finestra dietro le spalle della madre avvolta nella coperta rossa. Di qui i ricordi, fichi dindìa che allevavano figli e maiali, cicale, chiocciole e cicoria selvatica, che formavano gli elementi essenziali di una famiglia di un povero ferroviere, il quale era ricco per dieci giorni al mese, subito dopo aver preso la paga, e poi affamato per altri venti giorni, lui e la famiglia.
La conversazione con la madre crea in Silvestro un rapporto critico tra passato e presente; per esempio, il lesso che la moglie a Milano cucina al figlio lascia sconcertata la povera vecchia siciliana, che ha fondato la sua alimentazione normale in aringhe arrostite e in chiocciole, tanto che il padre di lei era un grand'uomo proprio in grazia delle aringhe "che danno un bel colorito al volto". E qui la madre rievoca la mitica figura del nonno.
Nel racconto della madre la storia del nonno si confonde inevitabilmente con quella del marito, e da quella confusione di immagini prende corpo l'immagine assoluta dell'Uomo, sensibile e buono come il marito, ma anche forte e proteso verso altri doveri come il nonno, tanto che alla fine alla mente di Silvestro le due immagini si identificano con quella del Gran Lombardo, che egli ha appena intravisto nel treno attraverso un allusivo colloquio politico-sociale. Qui si rivela la tecnica narrativa di Vittorini, in questa capacità che egli ha di calare l'infanzia nella realtà di oggi, elevandola di significati e trasferendola, pur nella sua linea reale, in una dimensione nuova, la quarta dimensione, che è due volte reale perché la realtà storica si carica della nuova tensione narrativa che ne arricchisce il significato umano di valori allusivi e simbolici. Si direbbe che l'immagine del Gran Lombardo intuita da Silvestro durante il viaggio, come intuizione dell'uomo-modello di Vittorini, si proietti nel ricordo dell'infanzia in cui nonno e padre si fondono in una sola immagine.
E da ricordare il momento in cui Silvestro aiuta la madre a lavare i piatti, mentre ella canta vecchi motivi senza parole, metà mugolio, metà fischettio, e un gorgheggio a tratti.
In questi momenti il tono narrativo di Vittorini è piuttosto surrealistico che realistico; è quello di un decadente, anziché di un epigono di Verga. E tale rimane nei passi in cui le battute sembrano diventare più realistiche e stridenti, quando il figlio interroga la madre sui suoi rapporti col padre, che l'ha abbandonata per quel suo vecchio vizio di andar dietro alle donne e di chiamare regine quelle che invece erano soltanto delle "sporche vacche", che si davano a lui nel vallone o in luoghi peggiori. E il figlio indaga implacabilmente sul passato amoroso della madre, fino a strapparle la confessione che anche lei ha tradito il marito andando nel vallone con un povero operaio morto poi in uno sciopero, ucciso dai carabinieri. Anche l'esclamazione "vecchia vacca" che il figlio in un monologo tutto interiore attribuisce alla madre, perde ogni vigore realistico, trasferita, com'è, in un'atmosfera narrativa surreale. Forse più realistica è la terza parte del romanzo, in cui Concezione (non è inopportuno qui ricordare il nome della madre che ora assume una presenza più concreta e meno simbolica) vuole essere accompagnata dal figlio per recarsi nelle varie case del paese dove va a fare delle iniezioni, per guadagnarsi da vivere. 'Qui è la realtà drammatica, la miseria di tutto un paese che appare in primo piano, come autentica denuncia di disumano livello di vita e di dolore. Si tratta davvero di un documento delle condizioni dello stato di miseria e di povertà in cui vivevano i ceti contadini e operai, durante il regime fascista, in un clima lontano dalla retorica ottimistica della città.
Ma, ovviamente, la denuncia è trasfigurata a livello artistico perché è proiettata attraverso il racconto e la rivelazione che la madre fa al figlio caso per caso.
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