LE CINQUE STORIE FERRARESI
di Giorgio Bassani

Nel 1956, appaiono le Cinque storie ferraresi, che comprendono: La passeggiata prima di cena, Storia d'amore, Una lapide in via Mazzini, Gli ultimi anni di Clelia Trotti e Una notte del '43. Il libro vinse lo stesso anno il premio Strega.
Nella edizione einaudiana de Le storie ferraresi, che comprende queste e altre prose, sia perché piú accessibile nel tempo (1960), sia perché è da ritenersi, almeno allo stato attuale delle cose, definitiva Storia d'amore appare col titolo di Lida Mantovani.
Lida è una povera ragazza che cede alla corte di un giovane israelita di famiglia borghese abbastanza ricca, David. David abbandona la ragazza che per di piú non è della sua stessa religione, ma è cattolica. Sola, con un figlio da mantenere. Lida viene in seguito corteggiata da un artigiano anch'esso cattolico, che sente oscuramente di dover riparare a un torto, e trova in ciò, consapevole o meno, la propria grandezza, il riscatto da certa mediocrità, tronfia di sicurezza, di alcune certezze che riposano su una presunta nobiltà del suo mestiere artigiano.
Oreste, l'artigiano, sposa Lida e le assicura una modesta agiatezza, quell'agiatezza in cui la lascerà quando egli ben presto, come avesse esaurito, con il matrimonio, la propria missione, viene a morire.
Di notevole in questa prosa, la consapevole e misurata scaltrezza del narratore, è il largo respiro verso un mondo piú ampio: quello della politica e della religione, il composito microcosmo che si intravvede al di là dei muri della modesta casa di Lida: Ferrara, che appare di scorcio.
La passeggiata prima di cena è la storia di una unione fra due persone di ceti diversi: Gemma Brondi divenuta moglie del grande clinico Elia Corcos. Gemma appartiene al ceto contadino. Il racconto esamina, la complessità dei rapporti che intercorrono fra le due categorie sociali, ne segue il tortuoso e non del tutto chiaro divenire, svela i sentimenti e i risentimenti, costruisce una filigrana in cui la nascita dei figli, la casa nuova, la grande carriera di Corcos agiscono da reagenti, da cartine di tornasole per una continua prova e riprova delle collusioni vere o presunte fra i due mondi, che si incontrano senza comprendersi. Non si comprenderanno come gruppo, e non si intenderanno come individui.
Ma qui, in questo progressivo affinamento dello strumento espressivo Bassani obbedisce a una quasi ontologica visione della sua materia, assunta piú che a specchio di una realtà ben nota, a riprova di una dimostrazione già posseduta, o meglio di una certezza che non ammette deroghe, quasi un impeto teologico spinto a cose profane.
Un ebreo, Geo Josz é l’unico superstite di un gruppo di israeliti ferraresi deportati dai nazistì nell'autunno del 1943. Geo ricompare a Ferrara quasi due anni dopo, nell'agosto del 1945, proprio nel momento in cui viene murata sulla facciata della sinagoga una lapide coi nomi dei poveri caduti e, fra essi, è anche quello suo, di Josz. Geo viene subito, senza che nessuno apertamente lo dica, considerato una presenza ingombrante. Intanto, la vita riprende quelli che considera essere i suoi propri diritti. Le sale da ballo si riaprono, i ristoranti si affollano. Geo è la smagliatura nella trama, un memento che nella “ normalità ” viene mal tollerato. E finalmente, come esorcizzato dalla volontà comune, il poveretto scompare.
Molte interpretazioni si possono dare di questo personaggio, che non trova piú riscontro nella narrativa di Bassani. Una è quella dell'isolamento dell'uomo; un'altra, forse piú interessante, è quella che ogni deroga dalla norma ferisce la società, anche quando essa medesima è colpevole di questa stortura.
La storia de Gli ultimi anni di Clelia Trotti, è abbastanza semplice. Un giovane israelita ferrarese, Bruno Lattes, torna in Italia nel 1946, dopo essersi rifatto un'esistenza negli Stati Uniti, dove è giunto fino alla cattedra universitaria. Nella città della sua adolescenza, Bruno aveva cercato, nel 1939, alla vigilia cioè del secondo conflitto mondiale, di liberarsi dall'isolamento che lo teneva stretto come in una morsa psicologica, cercando solidarietà, amicizia, fra gli antifascisti del luogo. I soli che egli perverrà ad accostare sono un vecchio ciabattino e una anziana dirigente socialista, Clelia Trotti. Ma ben presto Bruno si dovrà ricredere. Non gli riuscirà di rompere il cerchio di solitudine che lo serra. Ciascuno è prigioniero del proprio sogno o ideale. Ciascuno sogna qualcosa, e in questo “ qualcosa ” resta come impaniato.
E’ evidente come in questo racconto Bassani scenda al fondo della condizione israelita, come egli abbandoni, o almeno pretermetta, le radici culturali che lo avevano fin lí nutrito e come lasci libero sfogo all'antico pessimismo semita. Di fronte a una civiltà che lo respinge, e lo respinge dal punto di vista ideologico come da quello umano, Bruno, e per esso Bassani, cerca scampo nel recupero di condizioni ancestrali che sembravano dimenticate..
Il fatto doloroso è realmente avvenuto. I fascisti, per vendicare la morte di uno di loro: il console Bolognesi, fucilarono undici inermi cittadini, alcuni già ristretti nelle carceri di via Piangipane, e gli altri prelevati, con un'azione notturna nelle proprie case. L'eccidio avvenne pubblicamente lungo la spalletta della Fossa del Castello. Testimone di tutto è stato un farmacista, Pino Barilari, costretto alla immobilità da una grave malattia contratta in gioventú. Pino, che dalla sua finestra con un suo binocolo scruta tutto ciò che avviene al di fuori, perché, durante il processo contro gli uccisori, si rifiuta di testimoniare? Paura di possibili rappresaglie, o perché, in quella notte fatale, vide tornare da un convegno amoroso la propria moglie che, notoriamente, lo tradisce?
Questa bonaria disposizione dei cittadini verso coloro che si sarebbero macchiati della orrenda strage, il rifiuto di Barilari a testimoniare, la sua dichiarazione che quella notte infausta egli stava dormendo, il suo comportamento strano negli anni che seguirono: tutto ciò genera nel lettore un senso di smarrimento e di ripulsa. E questo, ci sembra, è il limite abbastanza avvertibile del racconto che si sviluppa lungo l'arco di una indignazione personale, ma che proprio su questo arco emotivo, su questa corda sempre tesa fallisce il suo scopo primario che sarebbe dovuto essere quello di scandire, con un minimo di commento, eventi di per se stessi eloquenti, e tali da generare un preciso giudizio negativo, una atmosfera tragica fatta di precise implicazioni esistenziali, piú che di commenti a latere, di intrusioni narrative, a volte spurie, come quando il Bassani insiste sulla bellezza della moglie del Barilari.