IL BELL'ANTONIO
di Vitaliano Brancati

L'azione del romanzo si svolge sempre a Catania e sempre intorno ad Antonio Magnano, perché anche quando egli sta a Roma è fatto oggetto di una fama di irresistibile conquistatore irresistibile delle più potenti dame dell'aristocrazia romana. In verità Antonio è un uomo bellissimo e affascinante, ma ha un grave difetto di natura; le donne si sentono attratte e dominate dal suo fascino irresistibile, però egli è impotente e le sue conquiste amorose non vengono mai a conclusione. Ma il padre Alfio Magnano, credendo che il figlio abbia ereditato le sue eccezionali qualità di seduttore e di gallo, va ingrandendo in quello questa qualità che egli suppone sia dovuta anche alla diabolica bellezza del ragazzo, descrivendo conquiste inesistenti e rapporti politici ancor più potenti di ogni immaginazione, essendo egli amante della moglie di un ministro. Quindi Antonio, tornato a Catania, circondato dall'aureola del conquistatore e dell'uomo politicamente influente, viene assorbito integralmente dall'ambiente provinciale. Gli si offre in matrimonio Barbara Puglisi, figlia di un notaio che possiede mezza Paternò. La bellezza di Barbara saetta dentro la carne di Antonio come uno scotimento profondo. Dopo cinque mesi felici di fidanzamento, con relativi baci rubati sul pianerottolo, i due si sposano con gran festa. La mancanza di figli dopo tre anni di matrimonio viene interpretata variamente: il signor Alfio, padre di Antonio, non supponendo minimamente che il figlio sia impotente, osserva che anche lui aveva avuto il figlio dopo quattro anni di matrimonio; il cugino Edoardo, supponendo che Antonio abusi di "quella cosa" deduce che in quelle condizioni i figli non vengono. Ma il padre di Barbara, notaio concreto e uomo senza velleitarismo, dopo avere accertato come le cose stanno realmente, nel corso di un tempestoso colloquio col signor Alfio, gli rivela che Antonio non è affatto quel gallo che egli crede sia suo figlio; anzi è accaduto che mia figlia, dopo tre anni di matrimonio, è tale e quale come è uscita dalla mia casa.
Per un tipo sanguigno come il signor Alfio, che annovera tra gli onori della sua famiglia i migliori galli della città, la reazione non può essere che violenta; ma purtroppo i fatti inequivocabili danno ragione al notaio Puglisi, che vuole annullare il matrimonio e dare per sposa la figlia al duca di Bronte, ricchissimo.
Il signor Alfio ne fa una questione di onore e di dignità, Antonio una questione di amore, dato che la sposa, informata della sua impotenza, aveva in un primo tempo accettato la situazione di fatto e aveva voluto continuare ad amare Antonio anche senza avere rapporti sessuali con lui. Ma l'intrigo clericale del Vescovo e dei politici fascisti ha convinto Barbara all'annullamento del matrimonio e a contrarre nuove nozze con il duca di Bronte. Antonio si rifugia nella casa dei genitori, tra la furia del padre che minaccia di far vedere i sorci verdi a quegli schifosi marpioni e fascisti, e il dolore della madre che apprende con stordimento e rimorso la notizia dell'impotenza del figlio, come se essa stessa ne fosse responsabile a causa delle sue preghiere a Dio per far mitigare la eccessiva sensualità di quello.
Unico rifugio spirituale del giovane Antonio è lo zio Ermenegildo, un intellettuale che era stato all'estero e vede le cose dall'alto della sua scontentezza e del suo scetticismo. A lui Antonio confessa la triste vicenda della sua impotenza che pare di natura psicologica più che fisica. Barbara nel frattempo, ottenuto l'annullamento, ha suscitato le ire del signor Alfio e di Antonio; e le cose si aggravano quando essa celebra solennemente in chiesa il suo nuovo matrimonio col duca di Bronte.
Intanto scoppia la guerra e, una notte del 1943, il signor Alfio, mentre rincasa, viene sorpreso da un allarme aereo; invece di correre al rifugio, come gli altri, si avvia alla casa di una povera prostituta, per potervi morire e riscattare l'onore del figlio:
"Voglio che tutta Catania sappia che Alfio Magnano coi suoi settant'anni andava a puttane. Scusami, non lo dico per offenderti. Tant'è vero che non voglio offenderti che sono venuto a morire qui."
E li infatti il suo corpo sarà ritrovato tra le macerie dopo qualche giorno; e uno sconosciuto avrà anche la spudoratezza di scrivere sulla sua tomba che egli mori per lavare l'onore del figlio.
La verità è che anche Alfio, nonostante sia antifascista, è malato di gallismo come i fascisti e la sua morte è l'espressione del suo velleitarismo sessuale, assai identica a quella velleitaria e retorica dei fascisti. Anche i parenti di Antonio sono coinvolti nel disonore della famiglia, ed Edoardo è costretto a dimettersi da podestà. Dopo la fine della guerra, rientrando in città, Antonio lo rivede e ha col cugino un serio colloquio, in cui il cugino lo rimprovera per la sua ossessione sensuale, dicendogli che il sesso non è tutto. Però, rientrando in casa, dopo aver fatto l'amore con una cameriera, telefona al cugino quell'ultima avventura amorosa, suscitando in Antonio un calore di invidia che il cugino capì attraverso il filo del telefono.
Il Bell'Antonio si può considerare il capolavoro di Brancati narratore per la sottile carica umoristica che avvolge con simpatia e spesso malinconia i suoi personaggi siciliani, condizionati psicologicamente ad una cultura e a un costume del gallismo che rasenta il dramma umano fino all'ossessione e all'angoscia totale dell'esistenza; ma, questa volta, il dramma umano dell'impotenza sessuale è presentato come disperazione cosmica del vivere, come disperata malinconia per l'unica felicità che ci fa esseri umani ma di cui non è possibile godere. Non si tratta soltanto di un difetto fisico, bensì dell'inabissarsi dell'uomo senza più un "ubi consistam".
Il gallismo dei gerarchi fascisti, qui, fa da chiaroscuro, da sfondo sociale, ad un velleitarismo politico che congloba in sé anche il velleitarismo umano.