SCHEDA FILM

SCIUSCIA'
REGIA: Vittorio De Sica

Titolo Italiano Sciuscià
Titolo Originale Sciuscià
In Francia: Sciuscia (Paris, 26.02.47 - 90') - In Germania Occ.: Schuschia (Schuhputzer) (1951 - 93') - In Usa: Shoe Shine (1947 - 93')
Anno 1946
Durata 92'
Nazionalità Italia
Genere Dramma
Produzione Paolo William Tamburella per Alfa Cinematografica
Distribuzione Enic
REGIA VITTORIO DE SICA
Soggetto Cesare Zavattini, Cesare Giulio Viola, Adolfo Franci, Vittorio De Sica, Sergio Amidei
Sceneggiatura Cesare Zavattini, Vittorio De Sica, Cesare Giulio Viola, Adolfo Franci, Sergio Amidei
Fotografia Elio Paccara, Anchise Brizzi.
Musiche Alessandro Cicognini
Montaggio Nicolò Lazzari
 CAST

Rinaldo Smordoni Giuseppe
Franco Interlenghi Pasquale
Leo Garavaglia commissario P.S.
Pacifico Astrologo Vittorio
Maria Campi la chiromante
Antonio Carlino l'abbruzzese
Angelo D'Amico il siciliano
Enrico De Silva Giorgio
Giuseppe Spadaro avvocato Bonavino
Gino Saltamerenda il Panza
Ana Pedoni Nannarella
Bruno Ortenzi Arcangeli
Aniello Mele Raffaele
Enrico Cigoli Staffera
Antonio Lo Nigro Righetto
Francesco De Nicola Ciriola
Irene Smordoni mamma di Giuseppe
Mario Volpicelli direttore del carcere
Guido Gentili Attilio
Claudio Ermelli infermiere
Antonio Nicotra Bartoli

TRAMA

Pasquale e Giuseppe sono due ragazzi amici per la pelle e soci in affari. Fanno i lustrascarpe, gli "sciuscià" (dalla parola "shoe-shine" *in inglese "lustrascarpe"* che gridano per attirare l'attenzione dei soldati americani). Pasquale è il maggiore dei due ed è orfano. Giuseppe, una mantellina sempre sulle spalle, ha famiglia. La sorella va di continuo a chiedergli denaro da portare alla madre che, con i tanti figli, vive in una casa abitata dagli sfollati. I due ragazzi hanno un desiderio: vogliono comprarsi un cavallo. Ci riescono. Un "lavoretto" - la consegna di una partita di coperte ad una chiromante - rende bene. In groppa a un cavallo bianco, i due fanno una clamorosa apparizione davanti agli altri "sciuscià". La loro soddisfazione, tuttavia, è di breve durata; su segnalazione della chiromante, che è stata derubata delle coperte, Giuseppe e Pasquale sono arrestati e, in una seduta di tribunale dove capiscono poco o nulla, condannati. All'ingresso nel carcere giovanile, Pasquale e Giuseppe, stringendosi per mano, cercano di rimanere uniti. Ma sono sistemati in celle diverse; si vedono, di tanto in tanto, in cortile. Nonostante le buone intenzioni di un assistente, il carcere offre ben poche occasioni di recupero dei ragazzi traviati. Spesso, li guasta definitivamente. Giuseppe, finito in mezzo a piccoli mascalzoni, si allontana da Pasquale che è andato affezionandosi a un ragazzino spaurito e ammalato a cui nessuno bada; la madre, una battona, manda a trovarlo una collega... Quando scoppia un incendio e i ragazzi fuggono dal carcere, Giuseppe porta uno dei suoi compagni nella stalla dov'è custodito il cavallo. Pasquale, sentendosi tradito, affronta il socio e lo colpisce. Giuseppe muore. Pasquale, disperato, invoca il nome dell'amico mentre il cavallo si allontana nella notte.

PREMI

NASTRO D'ARGENTO (EX AEQUO CON "UN GIORNODELLA VITA" DI BLASETTI) PER LA REGIA
PREMIO OSCAR SPECIALE 1947.

CRITICA

Ritenuto tradizionalmente il terzo capolavoro del neorealismo (dopo Roma città aperta, 1945 e Paisà, 1946 di Rossellini), è un brusco film-verità permeato dall'inconfondibile surrealismo fiabesco di Zavattini, autore del soggetto e della sceneggiatura (a cui' ha collaborato non poco anche Sergio Amidei), anche se l'idea del film è dello stesso De Sica e s'ispira a due bambini realmente conosciuti durante la guerra. Nella prima parte la macchina da presa si muove al passo dei personaggi, secondo la poetica zavattiniana del "pedinamento" e della "distrazione", mentre in seguito si concentra più sui dettagli e sull'amicizia tra i due ragazzi e sulla vita nel riformatorio. Quest'ultimo approccio ha suscitato, soprattutto a distanza di anni, forti giudizi negativi sul moralismo di De Sica. Rivisto oggi, Sciuscià (dall'americano "shoeshiner", lustrascarpe) è una favola dolorosa, ingenua forse, ma piena di vigore ed emozionante nel suo umanesimo dimesso e marginale. (P.Mereghetti "Dizionario dei film 1998")

NOTE

In Italia fu un fiasco commerciale (appena 56 milioni di incassi), negli Usa ottenne l'Oscar come miglior film straniero e un ampio consenso di pubblico. Tra i protagonisti, solo Interlenghi diventerà un attore professionista.

COMMENTO DEL FILM

Ritenuto tradizionalmente il terzo capolavoro del Neorealismo (dopo "Roma città aperta",1945 e "Paisà",1946 di Rossellini), è un brusco film-verità permeato dall'inconfondibilesurrealismo fiabesco di Zavattini, autore del soggetto e della sceneggiatura, anche se l'idea si ispira a due bambini realmente conosciuti durante la guerra.
Il film ebbe non pochi problemi alla sua uscita; mentre in America la pellicola spopolava, ricevendo anche un oscar come miglior film straniero, in Italia ebbe un'accoglienza fredda se non critica: "Si vergognidi fare film come questo! Che diranno di noi all'estero? I panni sporchi si lavano in casa". Questa fu la frase gridata a De Sica dopo la proiezione.
Ma quali sono i panni sporchi che il film intende lavare? Con Sciuscià De Sica e Zavattini indagano il mondo dell'infanzia dell'immediato dopoguerra, spostando lo sguardo sia sul piano psicologico che su quello sociale. Purtroppo l'infanzia romana finiva in riformatorio, sognando cavalli bianchi. E' questo lo scandalo, è questo l'urlo disperato proveniente dal film e forse in questo la critica ha trovato i vituperanti "panni sporchi", come se le prigioni minorili romane fossero qualcosa da nascondere agli occhi dello spettatore.
In realtà il ritratto accorato di questa infanzia è anche un atto d'accusa per una miseria e per un'ingiustizia che si traducono in offesa e violenza compiute sugli esseri più deboli.
Dunque Sciuscià, rivisto oggi, appare ancora una favola dolorosa, emozionante, semplice e straordinaria insieme, che colpisce lo spettatore con l'angosciosa descrizione documentaristica che trasuda du aspra verità.


Da Pricò agli sciuscià. De Sica aveva lasciato nel gran salone di un collegio il 'piccolo ometto' (così lo consolava, nel racconto, il padre prima di suicidarsi) che, nei Bambini ci guardano (1943), gli aveva insegnato a rappresentare, senza indulgenze e sorrisi, un 'interno borghese'. Da una parte la domestica, modesta e un poco goffa, e dall'altra la madre: Pricò aveva abbracciato la prima, fissato il bel viso della seconda mostrando, così, di poter dare un giudizio morale sui comportamenti degli adulti, su una povera storia di adulterio, nei suoi snodi anche banale. De Sica, dopo essersi commosso in quella bella scena d'effetto, è uscito per strada. E, con occhi asciutti, guarda ora alcuni ragazzi, i 'ragazzi della guerra' (e attraverso di loro perviene a una morale sociale e non più individuale).
A Roma, nei giorni dell'occupazione nazista e delle riprese della Porta dei cielo (un film realizzato nel 1944 per sottrarsi all'invito di raggiungere Venezia e dirigere il cinevillaggio ivi creato dai fascisti), e a Napoli, dove lo ha portato nei mesi della liberazione il suo mestiere di attore teatrale, Vittorio De Sica ha osservato dei bambini che mai si potrebbero chiamare 'piccoli ometti'. "Li ho seguiti qualche volta per sentire cosa dicevano e che progetti hanno per il loro avvenire. Ma poco ho potuto sentire, perché i ragazzi, oggi, parlano sottovoce ( ... ). A differenza dei grandi, i piccoli si vergognano. Scorgo nei loro occhi una sorta di pudore che li irrita e li costringe a parlar d'altro o a fuggire come hanno fatto i miei due ragazzi ". La prima traccia di Sciuscià è in questo appunto desichiano dei giugno dei 1945, un commento ad alcune fotografie di ragazzi della guerra scattate dall'operatore Pietro Portalupi e pubblicate su un settimanale; un commento fatto di immagini, battute folgoranti, più che di considerazioni dettate dal buon senso.
I comportamenti dei ragazzi della guerra - la loro mancanza di fiducia verso gli adulti, la loro capacità di sopravvivere, perfino i loro sogni più estrosi come il desiderio di possedere un cavallo... - sono, qui, già capiti da De Sica. Gli sceneggiatori, coordinati da Cesare Zavattini, gli forniscono il traliccio narrativo su cui innestare le sue osservazioni dal vero che, nel film, acquisteranno un tono documentaristico così autenticamente crudele da risultare fastidioso a parecchi spettatori. (il regista, quando il film uscirà nelle pubbliche sale, sarà giudicato poco meno che un denigratore dei buon nome dell'italia, e lo si inviterà a non lavare più i panni sporchi in pubblico. li produttore, l'italoarnericano Paolo William Tamburella, andrà quasi in rovina. L'unico a guadagnarci sarà liya Lopert che distribuirà Sciuscià negli Stati Uniti incassando un milione di dollari).
De Sica, in Sciuscià, non si limita a documentare una pagina amara della storia italiana. Narra con straordinaria intensità un'amicizia fra ragazzi, intessuta di confidenze, solidarietà, delusioni e sogni, graduandola su un telaio psicologico finissimo. L'episodio della proiezione cinematografica nel carcere, con le comiche e la scena dei mare (come, dei resto, l'immagine-guida dell'intero film: il cavallo bianco), rivela che il giovanotto simpatico delle commedie di Camerini, qui nelle vesti dei documentarista, la sa ormai lunga suli "immaginario', sulla differenza fra 'documento' e uso narrativo dei medesimo.
Sciuscià è, oltre che una riflessione commossa e commovente sui 'ragazzi della guerra', una trasgressione tutt'altro che ingenua dei modelli cinematografici allora correnti.
Non ha nulla da spartire con i 'film educativi' di origine americana e con quanto, fin lì, si era fatto nel cinema italiano. La fotografia ha tonalità volutamente sgradevoli. Il sonoro risulta impastato. Questo uso improprio dei mezzo cinematografico, invece di danneggiare il film, contribuisce a dare spessore a Sciuscià, che rimane fra le prove più solide dei neorealismo cinematografico italiano.