SCHEDA FILM

LADRI DI BICICLETTE
REGIA: VITTORIO DE SICA

Titolo Italiano Ladri di biciclette
Titolo Originale Ladri di biciclette
In Francia: Le voleur de bicyclette (Paris, 26.08.49 - 90') - In Germania Occ.: Fahrraddiebe (1951 - 88') - In Gran Bretagna: Bicycle Thieves (1949 - 90') - In Spagna: Ladrón de bicicletas (Madrid, 05.06.50) - In Usa: The Bicycle Thief (1949 - 90')
Anno 1948
Durata 84'
Nazionalità Italia
Genere Dramma sociale
Produzione Vittorio De Sica per PDS
Coproduzione
Distribuzione Enic
REGIA VITTORIO DE SICA
Soggetto Tratto dal romanzo omonimo di Luigi Bartolini
Sceneggiatura Cesare Zavattini, Gherardo Guerrieri, Gherardo Gherardi, Adolfo Franci, Vittorio De Sica, Suso Cecchi D'Amico, Oreste Biancoli
Fotografia Carlo Montuori
Scenografia Antonino Traverso
Musiche Alessandro Cicognini
Montaggio Eraldo Da Roma
 CAST

Massimo Randisi Il ragazzetto borghese in trattoria
Vittorio Antonucci Il ladro
Ida Bracci Dorati La santona
Lianella Carell Maria Ricci
Carlo Jachino Mendicante
Lamberto Maggiorani Antonio Ricci
Michele Sakara Il segretario alla beneficenza
Gino Saltamerenda Baiocco
Enzo Staiola Bruno
Elena Altieri Signora Benefattrice
Fausto Guerzoni Un filodrammatico
Spoletini
Peppino Spadaro Il Brigadiere
Mario Meniconi Meniconi lo Spazzino
Checco Rissone Il Vigile in Piazza del Popolo
Giulio Battiferri Un cittadino che difende il vero ladro
Sergio Leone Un seminarista
Memmo Carotenuto
Nando Bruno
Emma Druetti
Giovanni Corporale
Eolo Capritti
Giulio Chiari Un attacchino

TRAMA

Antonio Ricci, sposato e padre di due figli, è disoccupato. Gli viene offerto un lavoro come attacchino a condizione che possegga una bicicletta. Ricci va al Monte dei Pegni e la ottiene in cambio delle lenzuola di casa. Il giorno seguente si reca al lavoro e, mentre sta attaccando il manifesto di Gilda, la bicicletta gli viene rubata. Non si tratta di un furto isolato, infatti ogni giorno a Roma scompare un gran numero di cicli e la polizia non può che consigliare a Ricci di compiere le necessarie indagini per proprio conto. Accompagnato dal figlio di 10 anni, Bruno, Antonio inizia le sue ricerche recandosi, senza venire a capo di nulla, a piazza Vittorio dove non è difficile trovare merce rubata. Da lì i due si spostano a Porta Portese e qui Ricci riconosce il ladro che sta confabulando con un vecchio. li ladro si dilegua e Antonio insegue il vecchio per ottenere informazioni in una sala adiacente a una chiesa dove è radunato un comitato di beneficenza. Il vecchio mendicante risponde in modo evasivo alle domande di Ricci sul ragazzo che l'ha derubato e poi scompare. Dopo avere ingiustamente schiaffeggiato Bruno, Antonio, per farsi perdonare, accompagna il figlio in trattoria e riflette sul da farsi. Si reca da una santona, ma questa non gli sa dare alcuna indicazione. Ricordando un indirizzo sussurrato dal vecchio mendicante, padre e figlio vi si recano e Antonio incontra nuovamente il ladro, lo insegue in una casa di tolleranza, cerca di costringerlo a confessare ma egli nega e cade a terra, in preda a una crisi epilettica. Disperati, padre e figlio si recano dinanzi allo stadio comunale dove la folla dall'interno segue rumorosamente la partita. Ricci invita il figlioletto a prendere l'autobus e si impadronisce di una bicicletta accostata a un portone. Il proprietario coglie sul fatto Antonio. Subito raggiunto, egli viene malmenato e insultato; Bruno ha perso l'autobus e assiste all'umiliazione del padre. Il derubato sembra comprendere la muta disperazione di Antonio e commosso davanti alle lacrime del figlio Bruno, lo lascia libero senza denunciarlo. Il bambino offre la mano al padre e insieme fanno ritorno a casa.

PREMI

  • PREMIO OSCAR (1949) PER IL MIGLIOR FILM STRANIERO
  • GRAN PREMIO AL FESTIVAL MONDIALE DEL FILM E DELLE ARTI DEL BELGIO (1949)
  • NASTRO D'ARGENTO (1949) PER MIGLIOR FILM, SOGGETTO, REGIA, SCENEGGIATURA, FOTOGRAFIA, E MUSICA
  • PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA AL IV FESTIVAL DI LOCARNO (1949)
  • PREMIO AL BRITISH FILM ACADEMY (1950)
  • INOLTRE E' STATO GIUDICATO IL "SECONDO MIGLIOR FILM DI TUTTI I TEMPI" ALLA CONFRONTATION DI BRUXELLES (1958)

CRITICA

E' una delle opere migliori del neorealismo "centro attorno al quale orbitano le opere degli altri neorealisti". Lucida e profonda analisi della dura realtà di quegli anni, è il punto più alto della collaborazione tra De Sica e Zavattini, dove "si armonizzano sia la loro poetica del quotidiano e del "pedinamento" (scoprendo sulle orme degli uomini comuni un mondo di miseria e di problemi mai risolti) sia il loro amore per i personaggi, che qui si fa vero senso di pietà". De Sica vinse il suo secondo Oscar per il miglior film straniero (dopo Sciuscià) e dimostrò quanto fosse vincente la sua scelta di utilizzare attori non professionisti (la tradizione vuole che alcuni possibili coproduttori americani avessero proposto Cary Grant per il ruolo principale). (P.Mereghetti "Dizionario dei film 1998")

"L'aneddoto è debole specie alla partenza: una bicicletta di terza mano non è poi difficile da ottenere in Italia. Superato il piccolo impaccio iniziale, il racconto corre via geniale e felice. [...] E' un capolavoro fatto di nulla, tra il primo Clair e il secondo Chaplin, pieno di delicate osservazioni d'ambiente, di trovate d'atmosfera: un'elegia nata sotto il segno della grazia, e che sarà difficile ripetere [...]". (P. Bianci, "Filmcritica", 6/7, giugno/luglio 1951).

NOTE

Il titolo del secondo film realizzato da Vittorio De Sica nel dopoguerra, con mezzi propri, dato che nessuno volle finanziario dopo l'insuccesso commerciale di Sciuscià (1946), è preso a prestito da un libro di Luigi Bartolini, scrittore bizzarro e finissimo incisore. Ma degli estri che distinguono le bartoliniane "avventure di un povero letterato" in Ladri di biciclette nulla resta. E poco rimane nelle immagini dei film anche dell'apporto dei molti sceneggiatori, sei più lo stesso regista. De Sica, impressionato dai discorsi sul "ritorno alla realtà" con cui i critici italiani ma, soprattutto, stranieri hanno spiegato la riuscita artistica di Sciuscià, li sguinzaglia per la città, Roma, a vedere che cosa c'è di insolito e di significativo.
Ognuno di loro, di vecchia, vecchissima o nuova (o desiderosa di apparire tale) scuola, porta a casa qualcosa. Quegli "appunti dal vero", quelle descrizioni vivaci di tipi di conoscenza o di conio recente, quegli schizzi di ambiente popolare servono a De Sica a sfogare il suo amore per la recita, a colorire un personaggino di sfondo, a liberarsi di tutto ciò che fa parte del suo passato di attore e di regista di intrattenimenti comico-sentimentali. Una volta purificatosi, può, infine, gettarsi in un'avventura, del tutto imprevedibile, nella città dietro due figure "della strada", inaccettabili in un film che voglia piacere al pubblico: Antonio, un poveraccio di Valmelaina che perderà il lavoro se non ritroverà la bicicletta che gli hanno rubato, e suo figlio Bruno.
La sceneggiatura di Ladri di biciclette, ripulita e assestata da Zavattini, è fitta di "segnali" che potevano spingere il regista in ogni direzione: verso il piacevole bozzetto, il drammone strappalacrime, la resa pittoresca di un'italia "per turisti", piena di ladri e prostitute, fanatici e gente dal buon cuore. C'è il teatrino rionale non troppo diverso da quello di Teresa Venerdì (1941) dove Anna Magnani ascoltava, sbadigliando, la lezione del capocomico sull'amor sacro e l'amor profano. C'è la "tavola dei poveri" con petulanti pretini e mendicanti arruffoni. C'è Porta Portese con i queruli seminaristi, un "frocio" che dà un poco di fastidio, ma neanche tanto, al piccolo Bruno e quei tipacci che fanno impazzire il fotografo della domenica. C'è la famiglia borghese, con il ragazzino sussiegoso e indisponente, che guarda dall'alto in basso i poveracci che "osano" entrare in trattoria. C'è la "santona" che, in cambio di poche lire, predice il destino, e ti svela se troverai la ragazza o la bicicletta perduta. C'è, dato che di certi ambienti si può parlare ormai anche al cinema, la casa di tolleranza. C'è molto, insomma, del "colore" del dopoguerra.
De Sica, con gusto che non viene mai meno, utilizza tutto questo soddisfacendo, così, il piacere della recita che porta con sé. Ma, nel farlo, non perde mai di vista, anzi, il motivo centrale che l'ha spinto a gettarsi nella sua avventura nel cuore della città: il fattore uomo. Lo studia nel rapporto fra un padre, Antonio, e un figlio, Bruno, le cui motivazioni non nascono da una astratta "civilità dei sentimenti" ma derivano da una situazione concreta e, per certi versi, tipica nel primo dopoguerra. L'analisi del regista è assai penetrante, densa di rara, e forse da lui mai più uguagliata, umanità. Certe sequenze del film - Antonio che teme che il figlio si sia gettato nel Tevere, Bruno che corre in aiuto del padre che ha tentato di rubare una bicicletta ed è stato bloccato dalla gente uscita dallo stadio - viste anche ad anni di distanza conservano per intero la loro forza emotiva.
Pur sempre a ridosso dei personaggi (non va dimenticata, per la finezza del disegno, la figura della madre), De Sica non trascura di riportarli a un preciso contesto ambientale. La città, restituita in un bianco e nero morbido, privo di contrasti, è una presenza unificatrice in Ladri di biciclette che, ancor oggi, al di là dell'insuccesso di pubblico, è giudicato da molti critici fra i migliori film della storia dei cinema.(da Il Cinema Grande storia Illustrata Volume terzo di De Agostini1981)