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CRONACA FAMILIARE |
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| CAST
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| TRAMA
Un giovane giornalista, Enrico, riceve una telefonata che gli annuncia la morte del fratello minore Dino. Distrutto dal dolore, Enrico rievoca la vita passata. Rivede il giorno in cui, bambini, rimasti soli, restano affidati alla nonna anziana e poverissima. Il piccolo Dino, nel frattempo, trova un protettore in Salocchi, maggiordomo di un gentiluomo inglese: così Enrico resta definitivamente separato dal fratellino. Si ritroveranno molti anni più tardi. Dino ha ormai 18 anni, non sa più nulla della sua origine, il tutore gli ha persino cambiato il nome in Lorenzo, e non ha imparato un mestiere. Enrico cerca di aiutarlo come può, ma anch'egli ha grosse preoccupazioni: tira avanti a fatica in modo tanto disagiato che diventa tubercolotico. Intanto tra i due fratelli si è stabilito un rapporto di caldissimo affetto, consolidato dalle visite alla vecchia nonna, che vive in un ospizio. Enrico, che ha trovato un posto da giornalista, parte per Roma, ed ancora una volta deve abbandonare il fratello. Viene la guerra ed i tragici avvenimenti successivi separano i due fratelli fino al 1944. Nel frattempo Dino si è sposato ed ha avuto una bambina, ma un male incurabile lo minaccia. Enrico allora porta il fratello a Roma con sè ma i suoi sacrifici sono inutili: Dino è condannato. L'ultima cosa che Enrico può fare per lui è riportarlo a Firenze. PREMI PREMIO LEONE D'ORO (EX AEQUO) AL XXIII FESTIVAL DI VENEZIA (1962) "PER LA SQUISITA FORZA EVOCATIVA DI SENTIMENTI FILTRATI DALLA MEMORIA". CRITICA Fedele trasposizione del lungo racconto autobiografico di Vasco Pratolini (sceneggiato dal regista con Pratolini stesso e Mario Míssiroli), il film è un acuto e commovente dramma psicologico che riprende il tema dei rapporti affettivi colti nella cornice di un sorvegliato senso del paesaggio che erano giá al centro di La ragazza con la valigia: qui, è soprattutto la scoperta di una persona diversa, eppure simile, sullo sfondo di una Firenze autunnale (con la fotografia di Peppino Rottamo che cita esplicitamente i quadri di Rosai) che "rende ancor più struggente e malinconico questo tardivo incontro". Forse, però, l'eccessiva fedeltà al testo pratoliniano ha finito per inibrigliare la forza espressiva di Zurlini, che rischia, nelle scene finali dell'agonia, di scivolare nel patetismo, "sostituendo al lirismo della confessione letteraria una sorta di maestà delle immagini capace di saturare l'emozione dello spettatore", unico vero limite di un film per altri versi esemplare. (P.Mereghetti "Dizionario dei film 1998") |
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