Vita
Vasco Pratolini è nato a Firenze il 19 ottobre 1913 da un'umile famiglia fiorentina vissuta in un tipico quartiere cittadino, che spesso sarà protagonista dei suoi romanzi. La partenza del padre per la guerra e la morte della madre lo costrinsero a vivere da piccolo con i nonni e nonostante il ritorno del padre dopo la guerra, la famiglia non si ricompose perché il padre si sposò di nuovo e il giovane Vasco, non inserendosi nella nuova realtà familiare preferì vivere solo facendo l'operaio in una tipografia..
Alternava però al lavoro lo studio di Dante, Dickens, Manzoni, sotto la guida di Ottone Rosai, di Bilenchi e di altri amici fiorentini. Si orientò in seguito verso Cardarelli e Campana e verso la prosa d'arte. Ma il troppo lavoro e la vita sregolata minarono la sua malferma salute; i medici diagnosticavano la sua malattia come tubercolosi polmonare e fu costretto a ricoverarsi (lesperienza fatta nei conservatori si ritrova nel suo Taccuino da Convalescente). Dopo la guarigione, nel 1936, riprese il lavoro e la strada alla collaborazione di varie riviste gli fu aperta da Vittorini che lo stimolò ad un maggiore impegno politico.
Nel 1941 pubblicava Il tappeto verde, e nel 1942 la seconda opera, Via de' Magazzini, in cui ottenne una più solida omogeneità narrativa.
Dopo Amiche lideologia antifascista e la presa di coscienza nella lotta partigiana maturarono ne Il Quartiere: del resto la durezza della sua esperienza di vita contribuì alla formazione di scrittore popolare.
Dalla pubblicazione di Cronache di poveri amanti e Cronaca familiare, due romanzi che lo imposero al pubblico e alla critica, si è sempre più affermato anche nei premi letterari, vincendo il Premio Viareggio, il premio Feltrinelli dell'Accademia d'Italia e il premio Marzotto. E tra gli scrittori italiani più tradotti all'estero.
Si è spento a Roma nel 1991.
Opere
A parte le opere giovanili Magazzini e Le amiche, raccolte nel 1956 nel Diario sentimentale, il libro che costituisce un momento fondamentale della sua carriera Il Quartiere (1944), considerato a buon diritto uno dei romanzi che hanno dato inizio al Realismo. Lesperienza drammatica della Resistenza, e il contatto con la realtà della guerra, della miseria e della fame davano un più pensoso senso della vita ai suoi ragazzi fiorentini, che nel romanzo vengono messi di fronte alla scelta del loro futuro. Negli anni in cui Pratolini scriveva questo suo primo romanzo, l'antifascismo e la lotta partigiana sidentificavano con il Comunismo, che continuava il nostro Risorgimento, combattendo contro tedeschi e fascisti. E Pratolini è cantore del vitalismo giovanile, più che del comunismo scientifico che gli voleva affidare un compito più forte delle sue possibilità. Il Quartiere fu il canto della nostra liberazione politica, il canto della presa di coscienza politica dei giovani dinanzi alle loro responsabilità.
La coscienza politica e l'esigenza di una rivoluzione sociale nascono sulla base di una solidarietà collettiva, su un sentimento di amicizia e di fiducia dell'uomo sull'uomo. E il tema narrativo del passaggio dall'infanzia alla maturità è legato anche a quello della formazione di una coscienza politica e sociale in ognuno di loro, sia fascista come Carlo che antifascista come Giorgio. In questo senso Il Quartiere comincia a mettere a fuoco i problemi di fondo della Cronaca di poveri amanti e di Cronaca familiare (1947).
Nel verismo ottocentesco la descrizione della miseria portava alla disperazione e alla ribellione dei vinti, mentre nella letteratura di tipo deamicisiano la felicità si poteva raggiungere anche nello stato di miseria; Pratolini si differenzia da entrambi perché i suoi personaggi, anche nelle condizioni più terribili della povertà e dello sfruttamento, hanno la capacità di comprendere che nella solidarietà collettiva è il fondamento della loro speranza in una vita migliore. Dice Salinari che "L'ottimismo di Pratolini coincide con l'ottimismo del movimento popolare italiano dopo la sua liberazione: e confondere questottimismo con l'idillio o l'aspirazione alla pace di classe, significa appunto non saperne valutare l'esatta genesi storica" (citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.905). Infatti il vitalismo eroico delle masse popolari in cui credeva Pratolini sidentificava allora, almeno dal 1944 al 1947, con il Partito Comunista.
I personaggi di Cronache di poveri amanti sono del 1922, ma in realtà sentono e operano con la fiducia e nel trionfo operaio che Pratolini aveva nel 1946; sono reali nel senso pratoliniano della vita dopo la liberazione dal Fascismo, ma nel senso storico oggettivo sono creature irreali e fantastiche. Ed è proprio questo volersi tener fuori dalla realtà vera che ha permesso a Pratolini di mantenere intatta la carica vitale dei suoi popolani, di rappresentare i loro problemi umani, le loro confessioni, le loro necessità, le loro aspirazioni, Di qui l'ottimismo che circola tra le pagine del romanzo.
In Pratolini laspetto sociale non può essere scisso da quello elegiaco: infatti la Cronaca familiare è scritta contemporaneamente a Cronache di poveri amanti e le loro trame si intersecano e le basi sociali sono identiche, solo che nel primo prevale l'accento elegiaco. Lautore "riepiloga in un lungo dialogo con il fratello morto il senso doloroso della sua memoria, cerca nella sua storia familiare l'origine e la necessità del suo sentimento lirico" (Pampaloni,citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.913). Del resto la premessa di Pratolini è assai significativa:
Questo libro non è un'opera di fantasia. E un colloquio dell'autore con suo fratello morto. Lautore, scrivendo, cercava consolazione, non altro. Egli ha il rimorso di avere appena intuita la spiritualità del fratello, e troppo tardi. Queste pagine si offrono quindi come una sterile espiazione.
Ma capire la spiritualità del fratello morto comportava un'indagine anche di ordine sociale, comportava il ricordo della miseria in cui erano nati, la necessità di consegnare il più piccolo ad un signore borghese, che lo avrebbe reso estraneo al fratello e ai parenti.
La composizione di Un eroe del nostro tempo risale al 1947, quando, cioè, Pratolini trovava attorno a sé una realtà politicamente più involuta di quanto non avesse potuto pensare durante la Resistenza ed era costretto a dare contenuti ideologici ai due termini, fascismo e antifascismo. Il fascismo fu sentito dalla borghesia come una malattia e di quella malattia Sandrino è il mostro.
Sandrino, figlio di un'educazione sbagliata, ruba, mente, odia, uccide, tradisce anche l'amore conformemente alla natura rovesciata di tutti gli eroi pratoliniani,. Ferruccio alla fine è stato salvato dalla scoperta dell'amore, mentre Sandrino ha tradito l'amore e senza l'amore non potrà mai trovare un legame con la società; lo spiega chiaramente Pratolini per bocca dell'ex partigiano Faliero:
Penso che non si possa volere interamente il bene dell'umanità, che non si possa lottare con tutta la scienza e la freddezza necessaria, se non si ama anche fisicamente qualcuno.
Perciò Sandrino è il rovesciamento degli eroi pratoliniani; il suo fascismo si presenta come una malattia psicologica, come espressione disperata della sua irreparabile solitudine. Dei tanti ragazzi che Pratolini ha descritto così vivacemente, Sandrino per questa sua incapacità di tornare indietro non si salva; né è sufficiente a frenare la sua follia il sincero amore che lo lega alla madre
Sandrino non può vivere in una società fondata sulla pace e sulla libertà; educato alla violenza e alla brutalità, è un malato mentale costretto a vivere in mezzo ai sani: l'opposto di Metello e di Maciste.
Ne Le ragazze di San Frediano (1949) lo scrittore "ritorna al suo mondo fiorentino, non in chiave di rievocazione, ma sul piano sperimentale col tentativo di inserimento di una favola contemporanea sul filone realista che tra poco approderà al Metello. Quadretto di costume con l'aggiunta di qualche novità, nei confronti delle precedenti ambientazioni; la scelta di San Frediano, ad esempio: di un quartiere che esula dalla geografia dell'adolescenza pratoliniana, e che al tempo stesso si presenta nell'ambito della società fiorentina, come zona dall'autonoma e determinante fisionomia, ferma nella volontà salda di lottare. Da Via del Corno, quindi, la vena pratoliniana si trasferisce verso una realtà popolare più progredita, per lo meno sul piano di un acquisizione di coscienza. Prende concretezza e dimensioni letterarie, in questo romanzo, e questo è il fatto più notevole che traspare dal libro, una figura di popolano, che prepara e anticipa quella di Metello, tipico personaggio del sottoproletariato fiorentino, ormai però lontano dal clima della lotta" (Mauro, citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.923/24)
Metello è un personaggio positivo e il romanzo è la storia della sua maturazione in senso sociale: pur essendo semplice e privata riassume le esperienze di unintera categoria e è inserita nel quadro di sviluppo di unintera società.
La polemica su Metello fu un segnale sicuro del successo del romanzo e può essere riassunta nelle posizioni di due critici Marxisti, Salinari e Muscetta.
Muscetta osservava che Pratolini, scrivendo il suo romanzo nel 1952 sotto la pressione dell'imperialismo e in un periodo di stanchezza del movimento operaio e dalla lotta per la pace, ne avrebbe assimilato quell'aspirazione all'idillio che si era diffusa nell'aria in quegli anni di crisi della classe operaia. Mentre Salinari precisava che la situazione storica in cui Pratolini scriveva era "caratterizzata dalle tappe fondamentali di un periodo storico (nel caso di Pratolini la Resistenza, l'antifascismo e l'ingresso sulla scena della vita nazionale delle grandi masse popolari) e dalle esperienze che, in relazione ad esse, compie uno scrittore" (citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.925).
Va quindi a Pratolini il merito di avere scritto un romanzo impegnato a sinistra, negli anni in cui cominciava di nuovo a prevalere la letteratura disimpegnata.
Muscetta inoltre giudica Metello un personaggio che sta più in camera da letto che alla Camera del Lavoro mentre Salinari conclude il suo esame rivalutando il romanzo come la migliore espressione del Neorealismo, di cui, invece, secondo Muscetta il romanzo segnerebbe la crisi.
Infatti così Salinari conclude: "Il Metello è forse il primo romanzo del dopoguerra in cui sono spariti definitivamente alcuni miti del Decadentismo: l'ossessione del sesso, l'esaltazione del primitivo, il richiamo della campagna, il mito dell'infanzia, il gusto del torbido e dello sporco, la seduzione del misticismo. Quei miti che nella letteratura neorealistica del dopoguerra trovavamo mescolati alle esigenze di esprimere le vicende e le esperienze della realtà nazionale. E per questo che noi abbiamo parlato e continueremo a parlare di realismo di Metello. Non per farne un capolavoro: si può avere, infatti, un romanzo realistico anche pieno di difetti. Ma perché segna una rottura con la tradizione decadente" (citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.926).
Del resto l'amore tra Ersilia e Metello è una delle storie d'amore più oneste e pulite e smentisce la mania del sesso di cui parlava Muscetta,; le altre avventure amorose di Metello sono come elementi marginali della formazione morale del personaggio, che si costruisce anche attraverso errori e deviazioni psicologiche. Metello non deve essere considerato il santo nuovo della classe operaia; egli è un uomo sano e vigoroso, un operaio che ha compreso di essere sfruttato e vuole lottare contro chi lo sfrutta; l'amore ha potenziato in lui lo spirito di solidarietà verso i compagni, lo ha maturato, anche negli indugi con Idina, a combattere meglio la classe borghese e lo ha fatto vincere.
Anche qui Pratolini preferisce descrivere creature giovani e forse questo è dovuto alla sua predilezione per quel vitalismo giovanile, per quel bisogno di speranza e di solidarietà, che nei giovani sono sempre qualità genuine e sincere, come l'amore, l'amicizia e il gioco.
Lo Scialo (1960) vuole essere la continuazione della storia cominciata con Metello; infatti è il romanzo di quella piccola e media borghesia che caratterizzò i maggiori aspetti della vita italiana dal 1910 al 1930. Anzi si potrebbe meglio definire la storia del cedimento della piccola e media borghesia da un generico socialismo al vero e proprio compromesso col Fascismo. E quella resa politica "accettata in malafede, coincide con il crollo morale. E un libro di oltre 1.300 pagine, ove il Pratolini rompe ed esaspera le strutture del romanzo (un vai e vieni di cronaca e memoria, confessioni, soliloqui, diari, colpi di scena, lunghe sequenze crudamente visive e cinematografiche, [
] punta sul tema erotico sino ai limiti del patologico (il diario di Ninì), e infine paga il suo tributo alla reviviscenza del dibattito lingua-dialetto riproposto in quegli anni e reintroduce il vernacolo in funzione non più coloristica ma realistico-drammatica. La differenza da Metello è molto netta. E non solo perché quello era il romanzo del bene e questo il romanzo del male" (Pampaloni,citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.933).
Metello era stato il romanzo delle speranze operaie, Lo Scialo è il romanzo del disfacimento morale della borghesia italiana che cede al Fascismo e lo potenzia.
La classe operaia e contadina viene naturalmente coinvolta nella dissoluzione della vecchia borghesia liberale. Di qui il richiamo ai versi di Montale:
La vita è questo scialo --di tristi fatti, vano --più che crudele. --E la vita è crudele più che vana.
Indubbiamente il romanzo rispecchia la situazione in cui si era venuto a trovare l'autore, dopo aver visto svanire la speranza del Comunismo al potere.
Il quadro della società italiana che egli traccia costituisce un'interpretazione morale delle condizioni politiche di quel tempo. Non è che Pratolini sia "arrivato a scrivere un romanzo apologetico del Fascismo; o meglio, abbia preso atto delle buone ragioni che lo hanno portato al potere, e ce le ha rappresentate in veste narrativa" come sostiene Manacorda. Piuttosto il mondo che interessa Pratolini è quello umano "inquadrato sì in un'epoca, ma sempre rappresentato nei suoi aspetti individualizzati, per cui è la persona che risulta sempre vittoriosa, nel bene o nel male, e, nel suo vario e sempre impreveduto atteggiarsi nella vita, si differenzia nella sua unicità. In questa direzione ci sembra che si orientino anche gli interessi sociali di Pratolini
" (Mollia, citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.933).
Nel Metello era stato sufficiente un solo protagonista per ritrarre la fisionomia univoca della classe popolare in ascesa; ne Lo Scialo, per la varietà e il differenziarsi interno della società dal punto di vista ideologico e psicologico, i protagonisti veri e propri sono circa cinque, con un coro ben nutrito di personaggi minori, colti anche attraverso una battuta di dialogo o un cenno narrativo. Il quadro sociale è completo; ci sono, oltre ai personaggi principali della vicenda, i rappresentanti dell'aristocrazia, della borghesia e del proletariato operaio e contadino. Ci sono i fascisti manganellatori e violenti, ci sono i fascisti moderati della seconda ora, ci sono i fascisti pacificatori e poi una larga schiera di monelli, di sigaraie, di venditori di piazza, che servono ad animare l'azione del romanzo, i triti fatti di cui si compone la vita, lo scialo vano e crudele insieme. (Giacalone,ibidem,pag.934)
Il realismo del romanzo certamente non ripete la tecnica e la poetica degli scrittori naturalisti dell'Otto-Novecento, perché ha fatta sua la psicanalisi e alcune istanze del Decadentismo. "Il linguaggio pratoliniano ne Lo Scialo si è fatto sensibile al variare degli umori dei personaggi, si è incarnato in essi fino a diventarne la sostanza. In Cronache di poveri amanti la lingua è ancora quella di una koiné letteraria; il vernacolo vi è appena accennato e come filtrato attraverso un genere di lingua illustre. Nel Metello si osserva un più puntuale contatto con la realtà popolare del linguaggio, e il racconto si avvicina anch'esso, nel suo contesto linguistico, ad una più coerente fusione con il dialogato, nel quale si enuclea anche il personaggio in tutta la sua semplicità realistica, e nella sua esperienza sociale. Lo Scialo rappresenta indubbiamente la ulteriore, e si potrebbe dire definitiva conquista di un linguaggio realistico, sia che si tratti del dialogo, o del monologo, che rivela il mondo vernacolo senza esserne la pura descrizione, sia che si tratti del racconto che fonde perfettamente gli elementi letterari con l'anima stessa degli avvenimenti, delle situazioni, dei personaggi" (Mollia, citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.935).
Ma il Realismo dello scrittore si coglie anche nel rapporto che ciascun personaggio stabilisce tra la propria vita e la comune dimora. "Giovanni, Ninì, Nella sono aspetti diversi di un medesimo volto: che è poi la bancarotta di una società e di una stagione storica. Il Realismo, in effetti, non può che registrare il dramma della storia che precipita o della società che si consuma, o degli ideali che si vanificano.
Prima di scrivere il terzo volume della Storia italiana, Pratolini pubblicò, nel 1963, La costanza della ragione. Nel 1966 completava il terzo momento della Storia italiana con Allegoria e derisione, con la quale giungeva agli anni del Fascismo, della guerra mondiale e della lotta partigiana.
Il protagonista si trova di fronte alla prova decisiva della morte di una persona amata, dinanzi al senso del mistero. Bruno, dopo avventure con ragazze facili, finalmente si è innamorato. Ma Lori è destinata a rapida morte, e fa crollare tutte le costruzioni di Bruno e lo mette di fronte a una prova superiore ad ogni previsione della ragione. Ma egli resiste virilmente, non abbandonandosi mai al dolore; anche Lori, dal canto suo, resiste, affrontando coraggiosamente la morte, impedendo che Bruno o i suoi cari vedano le sue sofferenze.
Allegoria e derisione (1966) è il romanzo che completa la terza parte della Storia italiana da lui promessa e iniziata con Metello. Argomento sono gli ultimi anni del Fascismo, la guerra mondiale, e la lotta partigiana. Una materia, quindi, contemporanea all'autore, la testimonianza di una crisi politica e storica, in cui egli è ancora dentro, ma da cui presume di esser fuori ideologicamente.
Ultimo romanzo di Pratolini è La città dei miei trent'anni, Scheiwiller, Milano, 1967. Nel 1976 pubblicava un rifacimento de Lo scialo; nel 1981 raccoglieva i suoi testi inediti in Il marmello di Natascia
Poetica
Nelle Cronache di poveri amanti e nella Cronaca familiare la poesia più umana di Pratolini sta nel pianto dei poveri, nellelegia al fratello perduto, e tutti i momenti della rievocazione ricostruiscono la personalità del fratello che la borghesia aveva allevato senza dargli gli strumenti necessari per affrontare le difficoltà della vita. E ne deriva la denuncia più severa della miseria della povera gente, ricattata anche negli affetti più puri, nonché l'accusa a una classe incapace di dare un'educazione positiva e vitale. "E nella Cronaca familiare che s'apre, nascosta dietro il velo del libro privato, la piccola valvola da cui affiorano e poi escono e tumultuano i temi non risolti di Pratolini, o da lui volutamente ignorati, tenuti a bada, che sono poi i temi non risolti della realtà italiana dei primi anni dopo la guerra. Nelle cento e ottanta pagine di quel libretto si svela tutta scoperta l'incrinatura fondamentale di Pratolini e di quegli anni [ ... ]. Spaccatura da cui appare la mancata fusione dei motivi intimi e privati coi motivi politici, il dissidio tra speranze individuali e speranze collettive, tra destino individuale e destino collettivo, e cioè alla fine la mancata elaborazione fruttificazione dei motivi sociali sul terreno personale. Qui i motivi esistenziali decadenti svelano il loro perdurare muto sotto l'empito dell'entusiasmo collettivo" (Longobardi,citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.914)
Caratteristico dellevoluzione artistica di Pratolini è il passaggio dalla cronaca alla storia e dallautobiografia lirica al racconto. Egli, infatti, dopo la parentesi del Mestiere di vagabondo (1947), si accinge ad un'impresa narrativa di vaste proporzioni, che chiarifica e arricchisce l'esperienza del primo periodo, offrendoci una storia organica della situazione operaia in Italia e a Firenze, a cominciare da Un eroe del nostro tempo (1949) per concludere con Metello (1955) e Lo Scialo (1960). il Neorealismo di Pratolini di solito si fa cominciare con Un eroe del nostro tempo. Scrive ASOR ROSA: "Non c'è dubbio che il Realismo costituisca appunto la sostanza più profonda delle ambizioni nuove di Pratolini: il "tipico" è un termine che lo affascina, che sente traguardo di tutta la sua storia di narratore, armonica conclusione degli sforzi iniziati vent'anni prima per liberarsi dalla formula memoriale, per raggiungere e conquistare il cuore degli uomini" (citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.922). Ovviamente questo passaggio al Realismo implica una attenta maturazione, un approfondimento morale e storico della materia trattata, mentre "tutti i pregi e i difetti del Neorealismo sono rintracciabili nel primo tentativo del nuovo Pratolini: da una parte certe compiacenze morbose e sessuali, la tesi scoperta e dichiarata senza offrirla all'intuito del lettore, ma d'altro canto anche tutta la spregiudicatezza di giudizio, tutto quel senso appassionato di rottura e quell'ansia di rinnovamento che furono i fatti più positivi della stagione neorealista." (Mauro, citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.922).
Il quadro della società italiana che egli traccia ne Lo scialo costituisce un'interpretazione morale delle condizioni politiche di quel tempo. Non è che Pratolini sia "arrivato a scrivere un romanzo apologetico del Fascismo; o meglio, abbia preso atto delle buone ragioni che lo hanno portato al potere, e ce le abbia rappresentate in veste narrativa" come sostiene Manacorda. Piuttosto il mondo che interessa Pratolini è quello umano "inquadrato sì in un'epoca, ma sempre rappresentato nei suoi aspetti individualizzati, per cui è la persona che risulta sempre vittoriosa, nel bene o nel male, e, nel suo vario e sempre impreveduto atteggiarsi nella vita, si differenzia nella sua unicità. In questa direzione ci sembra che si orientino anche gli interessi sociali di Pratolini
" (Mollia, citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.933).
Nel Metello era stato sufficiente un solo protagonista per ritrarre la fisionomia univoca della classe popolare in ascesa; ne Lo Scialo, per la varietà e il differenziarsi interno della società dal punto di vista ideologico e psicologico, i protagonisti veri e propri sono circa cinque, con un coro ben nutrito di personaggi minori, colti anche attraverso una battuta di dialogo o un cenno narrativo. Il quadro sociale è completo; ci sono, oltre ai personaggi principali della vicenda, i rappresentanti dell'aristocrazia, della borghesia e del proletariato operaio e contadino. Ci sono i fascisti manganellatori e violenti, ci sono i fascisti moderati della seconda ora, ci sono i fascisti pacificatori e poi una larga schiera di monelli, di sigaraie, di venditori di piazza, che servono ad animare l'azione del romanzo, i triti fatti di cui si compone la vita, lo scialo vano e crudele insieme. (Giacalone,ibidem,pag.934)
Il realismo del romanzo certamente non ripete la tecnica e la poetica degli scrittori naturalisti dell'Otto-Novecento, perché lautore ha fatta sua la psicanalisi e alcune istanze del Decadentismo. "Il linguaggio pratoliniano ne Lo Scialo si è fatto sensibile al variare degli umori dei personaggi, si è incarnato in essi fino a diventarne la sostanza. In Cronache di poveri amanti la lingua è ancora quella di una koiné letteraria; il vernacolo vi è appena accennato e come filtrato attraverso un genere di lingua illustre. Nel Metello si osserva un più puntuale contatto con la realtà popolare del linguaggio, e il racconto si avvicina anch'esso, nel suo contesto linguistico, ad una più coerente fusione con il dialogato, nel quale si enuclea anche il personaggio in tutta la sua semplicità realistica, e nella sua esperienza sociale. Lo Scialo rappresenta indubbiamente la ulteriore, e si potrebbe dire definitiva conquista di un linguaggio realistico, sia che si tratti del dialogo, o del monologo, che rivela il mondo vernacolo senza esserne la pura descrizione, sia che si tratti del racconto che fonde perfettamente gli elementi letterari con l'anima stessa degli avvenimenti, delle situazioni, dei personaggi" (Mollia, citazione tratta da Giacalone,ibidem,pag.935).
Ma il Realismo dello scrittore si coglie anche nel rapporto che ciascun personaggio stabilisce tra la propria vita e la comune dimora. "Giovanni, Ninì, Nella sono aspetti diversi di un medesimo volto: che è poi la bancarotta di una società e di una stagione storica. Il Realismo, in effetti, non può che registrare il dramma della storia che precipita o della società che si consuma, o degli ideali che si vanificano
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Ampio è stato il dibattito su Pratolini che è stato considerato ora lo scrittore neorealista per eccellenza, ora lautore che ha messo definitivamente in crisi il Neorealismo. E certo che ci si trova davanti ad uno dei più espressivi autori del periodo neorealista, il primo in cui siano scomparsi i miti borghesi del Decadentismo: l'ossessione del sesso, il gusto del torbido passionale, l'esaltazione del primitivo e della campagna e il mito dell'infanzia.
Infatti, a differenza degli altri autori, in genere borghesi e formatisi con regolari studi, Pratolini è stato sostanzialmente autodidatta e ha avuto una dura esperienza di vita che lo ha messo a contatto con la povera gente, con gli operai, di cui ha interpretato lansia damicizia e di solidarietà, e la speranza di vincere e superare la barriera della miseria. In lui quindi i temi della solidarietà umana sono istintivi, e l'ideologia politica socialista che ne deriva è nelle cose stesse, nei sentimenti dei suoi personaggi.
La protagonista dei suoi lavori è Firenze, non solo quella a lui contemporanea, ma anche una Firenze storicamente evocata tra la fine dell'Ottocento e il primo Novecento, che pone le premesse economiche delle condizioni di miseria della classe operaia e del popolo, prima e dopo il Fascismo. Anche la costante fedeltà alla sua città e alle sue esperienze, l'opera di questo scrittore appartiene nettamente alla poetica del Neorealismo.
I personaggi di Pratolini non sono mai soli e per questo non sono dei vinti dalla vita, anzi avvertono un forte senso della solidarietà umana, una forza che li fa soffrire, li fa amare, li fa trionfare. Così egli ha superato sia la lezione pessimistica del Verga, che la concezione mitografica dei decadenti.
I protagonisti delle opere di Pratolini appaiono quindi sempre positivi e ci offrono la visione di una società fiduciosa nella speranza di un domani più giusto, più consapevole della solidarietà umana.
I critici-politici hanno accompagnato col loro dibattito sociologico-letterario la sua opera, e lo hanno considerato protagonista di una radicale trasformazione nella narrativa, facendogli assumere una responsabilità politico-culturale più forte delle sue stesse possibilità.
"Insomma, anche al di là delle sue intenzioni che pur erano sinceramente decise a costruire un nuovo modello di romanzo - ma sempre con molta discrezione e senza gran chiasso di manifesti teorici - si è voluto caricare sulle spalle di Pratolini la responsabilità politica e letteraria di una nuova narrativa popolare di tipo realistico-socialista, quale la critica marxista dell'immediato dopoguerra ansiosamente auspicava e vagheggiava con grande speranza, senza aver fatto bene i conti con quella che era stata la genesi culturale e borghese dei cosiddetti neorealisti: Vittorini, Pavese, Pratolini, Moravia." (Giacalone,La pratica della letteratura:Novecento,II tomo, pag.901-Ed.Ferraro-Napoli)
Anche Pratolini, è stato vittima dellequivoco proprio della cultura italiana, grazie al quale molti nostri letterati si sono ritrovati nel fronte unico dell'antifascismo; il vitalismo eccezionale che li aveva distinti nella lotta partigiana, si spostava dal PCI quando, passato il momento eroico in cui quasi tutti si erano ritrovati accomunati, il Comunismo apertamente dichiarava la sua via democratica al potere. Dopo la crisi del Comunismo, estromesso dal potere da parte della borghesia, la nostra cultura rivelava la sua origine borghese e decadente; ma Pratolini si mantenne nel Neorealismo in modo determinato, anche se non sostenuto adeguatamente da una cultura marxista e socialista per adempiere alla funzione-guida che gli attribuivano i suoi critici di sinistra.