CARLO LEVI

VITA
OPERE
POETICA
TEMATICA
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone –La Pratica della Letteratura Novecento–Guida Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag. 977- 981 986-988)


Vita
Carlo Levi è nato a Torino il 29 novembre 1902 da famiglia agiata; la madre, Annetta, era figlia di Claudio Treves. Si è laureato in Medicina, ma le sue condizioni agiate non lo hanno mai indotto ad esercitare la sua professione di medico. Sua professione preferita è stata, invece, la pittura, e sin dal 1923 ha avuto un notevole successo come pittore. Ma egli rivelava presto più larghi e vari interessi politico-culturali, facendo parte del gruppo di Piero Gobetti e di "Rivoluzione Liberale". Antifascista, fu amico di Carlo e Nello Rosselli e insieme a Carocci collaborò attivamente per la diffusione delle idee di "Giustizia e libertà” e a Torino animò il centro interno "C.L.". Con Nello Rosselli dirigeva un giornale clandestino "Lotta politica". Questa preparazione di base determinerà il suo orientamento culturale e le sue future scelte, e in un certo senso preparerà quella profonda etica politica e umana che è al fondo dei suoi libri migliori e più impegnati.
Nel 1934 veniva arrestato e l'anno dopo mandato al confino in Lucania (di qui il suo libro di memorie Cristo si è fermato a Eboli). Nel 1936, nell'euforia fascista della conquista etiopica, veniva graziato. Ma subito riprendeva il lavoro politico ed emigrava in Francia, rimanendovi fino al 1942. Rientrava in Italia nel 1943, per prender parte alla Resistenza; qui fu arrestato una seconda volta. Nel 1944 condirigeva "La Nazione del Popolo" di Firenze, organo del C.T.L.N.; nel 1945 era a Roma come direttore del giornale del Partito d'Azione "Italia libera". In seguito al successo vastissimo del suo Cristo si è fermato a Eboli, che fu tradotto subito in molte lingue straniere, e spinto dalla sua grande passione per i gravissimi e irrisolti problemi dell'Italia meridionale, Levi continuava attivamente e coraggiosamente la sua attività di giornalista, partecipando ad inchieste e polemiche politico-sociali sulla arretratezza del Sud e indagandone e denunziandone le cause economiche e culturali. Di qui la pubblicazione di altri notevoli volumi, tra cui Le parole sono pietre.
Scrisse per molti anni su "La Stampa" di Torino, dimostrando la sua tendenza ad affrontare i problemi più scottanti del tempo stando al di sopra delle parti. Nel 1954 aderiva al gruppo neorealista alla Biennale di Venezia, offrendo notevoli quadri in chiave realistica come la sua narrativa. Nel 1963 e nel 1968 fu eletto al Senato come indipendente nelle liste comuniste. Il successo come pittore non è stato inferiore a quello dello scrittore e del saggista.
E' morto nel gennaio 1975.

Opere

La sua prima opera è stata Paura della libertà, scritta nel 1939 e pubblicata nel gennaio del 1946. Si tratta di una raccolta di saggi che nel complesso vogliono essere una descrizione generale della crisi contemporanea. La seconda opera di Levi, certamente la più nota è stata Cristo si è fermato a Eboli (1945), racconto memoriale e saggio sociologico insieme, in cui Levi, in una struttura narrativa di alto livello letterario e stilistico, riesamina la sua esperienza umana e sociale nel confino in Lucania, precisamente a Gagliano. Il titolo sottolinea la polemica di fondo che lo ispira, secondo cui si denunzia ad apertura di pagina l'abbandono in cui sono vissute e continuano a vivere le popolazioni contadine del Meridione, anzi della Basilicata.
Nel 1950 ha scritto L’orologio: Luigini e contadini, una distinzione socio culturale economica in cui la distinzione fra contadini e borghesi appare più chiara nella contrapposizione degli uomini in Luigini e contadini. I Luigini (dal nome del podestà di Cagliano di cui ha parlato in Cristo si è fermato a Eboli) sono la grande maggioranza della sterminata, informe, ameboide piccola borghesia, con tutte le sue specie, sottospecie e varianti, con tutte le sue miserie, i suoi complessi di inferiorità, i suoi moralismi e immoralismi, e ambizioni sbagliate, e idolatriche paure. Le parole sono pietre (1956), premio Viareggio, consta di tre saggi, scritti rispettivamente nel 1951, nel 1952 e nel 1955, in seguito a tre viaggi compiuti in Sicilia. Si tratta di saggi-inchiesta a carattere politico-sociale sulla situazione e sulla condizione dei contadini e degli operai siciliani, le cui aspirazioni vengono infrante dalla mafia, con la connivenza del potere politico. Nel 1956 scrive Il futuro ha un cuore antico al ritorno del suo viaggio in Russia. Anche questo viaggio, come i precedenti, lo porta direttamente all'indagine della vita del popolo, al di là di quelle che possono essere le sue strutture politiche.
La doppia notte dei tigli (1959) è il resoconto di un viaggio nella Germania Occidentale. Tutto il miele è finito (1960) è un libro nato da appunti sommari su di un viaggio in Sardegna compiuto dall'autore nel 1952, a cui si sono aggiunti o sovrapposti resoconti di altri viaggi effettuati successivamente nella stessa regione. Il titolo deriva da un canto funebre, in cui una madre allude alla morte del figlio, che per lei era il miele della casa.

Poetica
L'opera di Carlo Levi va intesa in questa duplice chiave: quella linguistica, tipica del letterato settentrionale che scopre innanzitutto un linguaggio del tutto inedito e sconosciuto alla civiltà, e di questo linguaggio sottolinea tutta la carica amara e ironica e talvolta grottesca e animalesca; e quella sociologico-politica, secondo cui si denunzia e si evidenzia, attraverso il realismo descrittivo e l'analisi oggettiva del racconto, la condizione di miseria e di disperazione in cui vivono in quelle terre abbandonate sia i galantuomini (cioè i possidenti) che i poveri.
Lo stile pertanto riflette lo stato d'animo "di stupita, ferma, limpida scoperta di un mondo primitivo accompagnata da un sentimento di desolazione, e di qui nascono appunto i caratteri della sintassi, del lessico, della struttura stilistica: la forma semplice, spesso più propriamente dimessa, ma controllata e chiara. Chiarezza che è anche una caratteristica permanente del Levi scrittore per un preciso desiderio di essere inteso da molti [ ... ]. Controllo rigoroso proprio della serietà artistica del Levi, ma logicamente richiamato qui per il non facile compito tecnico di trasformare il saggio storico-sociale in libro artisticamente efficace. La sintassi è perciò semplificata, il periodo in grandissima prevalenza monoproposizionale. La proposizione non è soltanto breve, ma ha una costruzìone quasi sempre diretta. Rara la presenza dell'anacoluto che riecheggi quelli dei discorsi reali, rari anche gli andamenti dialettali"
(Aurigemma).

Tematica
Parlando della paura della libertà, Aurigemma afferma che in esso Levi "affermava l'avversione allo stato astrattamente feroce, che fa degli uomini una unità materiale e indistinta, che può soltanto vivere riducendo gli individui in schiavitù, e insieme l'avversione alla religione che fa dei miti, riti; atteggiamenti in cui apparivano evidenti l'impressione suscitata nell'autore dalle dittature contemporanee e quel profondo rispetto per la libertà degli individui e dei piccoli gruppi che saranno costanti in tutte le sue opere"
(Aurigemma).
In effetti questi saggi costituiscono le premesse fondamentali per la comprensione delle sue opere perché indicano il duplice aspetto con cui egli si accostava al mondo contadino e meridionale: quello storico-politico e quello psicologico-sociale, motivi che costituiscono le caratteristiche di ogni suo saggio, che è sempre opera d'arte e di politica sociale.
E così, sempre secondo Aurigemma "Il tema principale (di Cristo si è fermato ad Eboli) è costituito dall'affascinante scoperta dell'esistenza di una civiltà contadina essenzialmente autonoma, che vorrebbe e dovrebbe organizzarsi come tale, soffocata invece da una civiltà statolatrica e teocratica, forte di eserciti organizzati. Una civiltà ai contadini radicalmente nemica, sicché le sole guerre che tocchino il loro cuore sono le guerre che essi hanno combattuto per difendersi contro quella civiltà, contro la Storia, e gli Stati e la Teocrazia, le guerre combattute sotto i loro neri stendardi, senz'arte, senza speranza e destinate sempre ad essere perdute"
(Aurigemma).
Nero è il senso della condizione dei contadini sempre legata alla sofferenza e alla chiusura spirituale, come neri sono i vestiti dei contadini, i loro capelli e i loro occhi pieni di una particolare gravità, come la morte del contadino che sottolinea il primo incontro di Levi con la povera gente di Cagliano. Essi sono neri, come sono anche chiusi in se stessi; persino i ragazzi sono chiusi, quei ragazzi che altrove sono sempre estroversi.
La grande istanza di questo libro è appunto nella scoperta di una nuova dimensione dell'anima umana, quella, finora del tutto sconosciuta, del contadino meridionale chiuso irreparabilmente in un destino di miseria e in una dignità interiore.
Nel rapporto che essi stabiliscono con il nuovo dottore, Levi nota comunque in loro la presenza di "una speranza, una fiducia assoluta ".
Questa speranza è il messaggio fondamentale dell'opera di Levi, questa fiducia che la sua denuncia possa contribuire a far sì che Cristo e la civiltà arrivino anche in Lucania, oltre Eboli, in mezzo a gente affamata e ammalata, disperata e chiusa nella dignità del suo dolore. Nessuno di noi può negare che egli abbia contribuito attivamente ad affrontare più decisamente la questione meridionale.
Tema fondamentale dell'opera di Levi è quello dello statalismo e dell'antistatalismo dei contadini e della possibilità di fusione tra il loro mondo e quello della società borghese. Lo statalismo, infatti, sia fascista, sia democratico, sia paternalistico, è in netta antitesi con l'antistatalismo dei contadini. Sono due civiltà diverse e inassimilabili, contrapposte senza possibilità di fusione. Anche perché la borghesia è una classe degenerata, fisicamente e moralmente: incapace di adempiere la sua funzione e che solo vive di piccole rapine e della tradizione imbastardita di un diritto feudale. Finché questa classe non sarà soppressa e sostituita non si potrà pensare di risolvere il problema meridionale.
Giustamente D. Fernandez ha affermato che "se Levi ha compreso il Sud contadino come nessun altro è stato capace di fare, lo si deve alla circostanza che egli ha saputo intuire la protesta implicita nel mondo arcaico e primitivo dei contadini contro l'uomo occidentale", cioè l'uomo civile e tecnologico.
Il libro, cominciato in forma di confessione sommessa, man mano diventa un discorso-denuncia di fatti, di situazioni, di discorsi uditi, ma senza mai avere il tono del racconto immediato in senso assoluto, perché Levi seppe tenere una via mediana tra la tecnica del registrato e la struttura rielaborata del saggio critico-sociologico. Del resto il libro era anche una conferma delle sue teorie politiche già esposte in Paura della libertà, per cui l’indagine condotta sulla condizione dei contadini della Lucania non è altro che un primo assaggio di quella realtà contadina universale che in lui assume quasi un valore di categoria morale oltre che sociale nella moderna civiltà tecnologica.
Ne L’orologio: Luigini e contadini, una distinzione socio culturale economica, con questa distinzione socio-culturale economica della società Levi intende sostituire gli schemi tradizionali delle opposte tendenze Comunismo-Vaticano, proletariato-borghesia; infatti conduce una serie di gravi obiezioni al marxismo:
"Non avete mai pensato alla lentezza, alla pigrizia, alla incredibile immobilità di un pensiero che, dopo cent'anni, è rimasto quello che era? In qualunque altra epoca un secolo è sempre stato un tempo troppo lungo per conservare così fresca l'energia di un libro. Non si tratta del libro, ma di quelli che avrebbero dovuto leggerlo e della loro sordità e ottusità mentale. Di un secolo di pensiero che cosa è rimasto... in tutti coloro che pretendono di difendere queste idee, nei cosiddetti militanti, negli uomini politici? Alcune formulette catechistiche. Lotta di classe, sta bene: ma in loro è una nozione vaga, generica, vecchia come il mondo, una semplice frase del comune buon senso [ ... ] Dicono: borghesia e proletariato: una formuletta che forse, in altro tempo, era stata vera, e che oggi cos'è? Un luogo comune. Dove sono? Guardiamoci attorno: non li troviamo o li troviamo in mezzo a altre cose, sparse e come ramificate nella realtà. Sappiamo benissimo che dovremmo dire: non ci sono due forze, due poli, ma molti, moltissimi in una civiltà così differenziata".
Sono critiche queste, che potrebbero sembrare qualunquiste - e forse tali sono apparse ai politici che le hanno rigettate - ma in realtà esse, con grande senso pratico, riflettevano e riflettono la crisi della classe politica italiana in questi ultimi quarant'anni. Del resto, questo che è il libro più politico di Levi fu scritto in occasione della caduta del governo Parri e di quella crisi che caratterizzò l'Italia quando venne meno il Partito d'Azione e fu messa in crisi la stessa Resistenza. Secondo Levi, la Resistenza si era scelto un presidente contadino, ma l'ha travestito da Luigino.
La fine del governo Parri nel 1946 rappresentava per Levi l'inizio del processo involutivo della Resistenza e la crisi della libertà sognata dai partigiani italiani, le cui responsabilità pesano su tutti i Luigini di destra e di sinistra.
L'opera di Levi resta estremamente coerente col suo ideale di solidarietà umana, con la sua ansia di redenzione dei popoli ingiustamente oppressi; perciò egli è uno dei più autorevoli scrittori psicologico-politici dei nostri tempi, in quanto ha esaltato sempre, in ogni occasione, l'autenticità dei valori del popolo dei contadini (intesi nella particolare accezione di produttori reali della società). In questa sua indagine egli ha portato la sua umanità di scrittore religioso e cantore di una speranza di rinnovamento morale del mondo. Qui è la forza del suo messaggio, qui è il coraggio con cui ha potuto attaccare la mafia e la prepotenza dei politici, qui è l'autenticità della sua parola poetica, la forza del suo stile semplice e penetrante di giornalista-poeta.