ITALO CALVINO

VITA
OPERE
POETICA
TEMATICA
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone –La Pratica della Letteratura Novecento–Guida Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag. 1247-1271)


Vita
Italo Calvino è nato a Santiago di Las Vegas (Cuba), vicino all'Avana, nel 1923, ma la sua famiglia si trasferì a Sanremo quando lui aveva meno di due anni. I suoi genitori erano professori di botanica e il fatto di esser vissuto fino a vent'anni a Sanremo in un giardino pieno di piante rare ed esotiche e per i boschi delle Prealpi liguri andando a caccia col padre, ha avuto un significato notevole nella sua opera narrativa. La guerra lo colse ancora ragazzo, ma la giovane età non gli impedì di partecipare alla lotta partigiana entrando nelle Brigate Garibaldi.
La Resistenza segna il momento della maturazione di Calvino e il suo scontro con la storia, come la sua prima adolescenza era stata caratterizzata dalla scoperta della natura.
Nel 1947 si laureò in Lettere a Torino e subito dopo fu assunto dalla casa editrice Einaudi, dove conobbe Pavese. Il suo primo libro, Il sentiero dei nidi di ragno, nato dall'esperienza partigiana e scritto in pochi giorni nel 1946, veniva pubblicato nel 1947 da Einaudi, e col battesimo di Pavese apparve su "L'Unità". Il successo gli aprì la stima e l'amicizia di Vittorini. Si formò così il triangolo culturale Pavese-Calvino-Vittorini ma l'iscrizione di Calvino al Partito Comunista complicò i rapporti con Vittorini, specie dopo la morte repentina di Pavese (1950).
Nel 1949 Calvino pubblicò i racconti Ultimo viene il corvo, che per certi motivi continuava la narrativa resistenziale, ma per l'accento avventuroso-fiabesco se ne allontanava . Ne nacque una breve polemica circa l'appartenenza di Calvino al Neorealismo. Poi fu la volta dei racconti, L'entrata in guerra (1954) e della raccolta Fiabe italiane (1956). Nel suo saggio Il midollo del leone (1955) Calvino evidenziava la necessità del rifiuto del letterato di lasciarsi coinvolgere nella cronaca quotidiana; il vero intellettuale per conservare la propria libertà di giudizio non deve diventare parte integrante di un partito; l'eroe positivo è il prodotto demagogico di una determinata ideologia. Anche nel Visconte dimezzato Calvino ha voluto dimostrare che l'eroe positivo, idealizzato dal Realismo socialista potrà essere anche utile per un messaggio politico, ma manca di umanità. Infatti il visconte solo quando sarà ridiventato un tutto intero potrà comprendere la dialettica della vita.
Nel 1957, dopo il XX Congresso del PCUS, Calvino abbandonò il Partito Comunista e da allora si è sempre più appartato, non rinunciando però a guardare in faccia la realtà sociale italiana e a criticarla dall'alto. Nel febbraio del 1964 sposa all'Avana l'argentina Esther Judìth Singer e si trasferisce a Parigi. Muore il 19 settembre 1985 a Siena, colpito da emorragia cerebrale.

Opere

Il sentiero dei nidi di ragno (1947) è la prima opera di Calvino e nasce da una polemica protesta davanti alla riscossa della mentalità piccolo-borghese del dopoguerra. "La segreta aspirazione di Calvino, nello scrivere questo libro, è cancellare se stesso, non sovrapporre cioè il suo io lirico-intellettuale, con tutto il carico di cultura che questa definizione comporta, all'io collettivo. Insomma, per non cadere nell'autobiografismo patetico, né nel documento, Calvino si fa narratore anonimo. Il sentiero dei nidi di ragno ha, nonostante i fatti storici raccontati, il tono e la struttura di una favola. L'ideologia c'è, la volontà di comunicare la grande esperienza sulla guerra civile c'è, ma è come assorbita dall'impianto favolistico... E' il tributo che Calvino paga all'impegno civile […], ma al tempo stesso rimane saldo il suo principio di non mitizzare la Resistenza, di non idoleggiarla, di non strumentalizzarla. La Resistenza è stata fatta da autentici eroi, con tetragoni ideali marxisti, ma anche da gente che non aveva alcuna idea politica, se non quella che estrinsecava dalla necessità istintiva di sentirsi liberi... L'umanità non è fatta di buoni e di cattivi divisi da uno steccato: questo concetto dà luogo al razzismo, o al razzismo dell'antirazzismo. L’umanità è un miscuglio di bene e di male... (Bonura)
Nel 1949 Calvino raccoglieva i racconti, già scritti in precedenza, in un volume dal titolo Ultimo viene il corvo. Lo stile è ancora quello del primo libro. Alcuni argomenti sono ancora quelli della Resistenza, come in Andata al comando e lo stesso Ultimo viene il corvo.
Anche in questi racconti protagonisti sono sempre dei ragazzi, forse perché Calvino considera l'infanzia e l'adolescenza come il momento migliore della vita umana che si integra meglio con la natura.
Nel 1954 Calvino pubblicava L'entrata in guerra, tre racconti, che poi, nel 1958, entreranno a far parte del grosso volume I racconti.
Si tratta di una specie di viaggio a ritroso sulla sua maturazione politica. Dimostra che egli del Fascismo e delle tristi conseguenze della guerra inizialmente non aveva capito molto. Solo gradualmente,dopo una serie di esperienze negative, egli capisce la crisi morale che maturava in se stesso. Così il romanzo della sua adolescenza, attraverso il ricordo delle tante adunate fasciste, delle tante occasioni drammatiche e comiche, finisce con l'essere una parodistica e umoristica ricerca morale della maturazione dell'uomo antifascista.
Nel 1952 Calvino pubblicava Il visconte dimezzato, una specie di scherzo fiabesco, che in realtà era un libro moralmente impegnato. Il visconte Medardo di Terralba, nel corso di una guerra tra Austria e Turchia, viene colpito da una cannonata turca e torna a casa dimezzato.
Il visconte, a causa di questa orrenda mutilazione, diventa un criminale, ma quando riappare l'altra metà del suo corpo, quella buona, e si rinsalda al corpo con la metà cattiva, Medardo ritorna uomo intero un miscuglio di cattiveria e di bontà, non dissimile da quello che era prima di essere dimezzato.
Dal 1954 al 1956 Calvino portò a termine un grosso lavoro filologico e narrativo, una raccolta di fiabe popolari italiane prese da tutti i dialetti. col titolo Fiabe italiane. Non si trattava soltanto di un lavoro filologico, bensì di una versione moderna di tutte le antiche fiabe, una ricerca della sua poetica narrativa, come dimostra la sua introduzione.
Il gusto fiabesco assumeva un impegno morale ben più drammatico nel racconto Il barone rampante (1957). Si tratta di un giovane barone, Cosimo Piovasco di Rondò, il quale, il 15 giugno 1767, mentre siede a tavola rifiuta un piatto di lumache, che gli era stato servito dalla sorella e imposto dal padre. Al rifiuto, esplode terribile l'ira del padre. Breve periodo di punizione, poi altra offerta di lumache, altro deciso rifiuto e fuga del giovane barone sugli alberi, dove egli si arrampica come uno scoiattolo.
Da quel giorno la vita di Cosimo trascorre sempre sugli alberi, osservando dall'alto la vita dei contadini, dei ladri, dei contrabbandieri, dei banditi, della sua stessa famiglia, con cui teneva frequenti contatti attraverso il soccorso del fratello minore. La protesta iniziale di Cosimo diventa man mano ribelle emancipazione da ogni forma di vita sociale, per una convivenza tutta allo stato di natura. Cosimo, viene alla fine ad aggrapparsi ad una mongolfiera inglese di passaggio e scompare in mare.
Nel 1959 Calvino pubblicava Il cavaliere inesistente (che l'anno dopo farà trilogia con Il barone rampante e Il visconte dimezzato nel nuovo volume I nostri antenati). La vicenda è ambientata ai tempi di Carlo Magno. L'imperatore, passa in rassegna i suoi paladini, chiedendo a ciascuno nome e cognome e i paladini rispondono attentamente alle sue domande. Si ferma davanti ad un paladino chiuso in un'armatura tutta bianca con una righina nera che correva torno torno ai bordi. L'ìmperatore, rimasto interdetto davanti a tale armatura, ne chiede il motivo. Il cavaliere, senza rispondere alla domanda, pronuncia il suo nome lungo e complicato. Carlo Magno, non soddisfatto, chiede al cavaliere perché mai non alza la celata e non mostra la sua faccia. Quello risponde che egli non esiste.
Il cavaliere inesistente è il simbolo dell'uomo contemporaneo che si identifica con la sua funzione, con quello che fa nella società, come il cavaliere si identifica totalmente con la sua linda armatura.
Nel 1957 Calvino pubblicava un altro libro impegnato, La speculazione edilizia, affrontando un problema scottante della nuova società del benessere economico. Il racconto è ambientato negli anni del cosiddetto miracolo economico italiano. L’Italia si avviava ormai a diventare un paese industrializzato, con conseguente abbandono della campagna da parte dei contadini. Ma quella grande esplosione industriale avveniva alle spalle dei contadini inurbati, che accettavano salari irrisori pur di uscire dalla miseria della campagna. A quel clima di speculazione edilizia partecipano anche gli intellettuali in cerca di guadagni e l'intellettuale comunista Quinto Anfossi, avendo intenzione di vendere un appezzamento di terreno adiacente alla sua villa si reca in città (Sanremo) per combinare l'affare. In Anfossi Calvino ha voluto certamente rappresentare il fallimento dell'intellettuale italiano contemporaneo, che si è lasciato irretire nelle maglie del neocapitalismo, ritardando l'ascesa della classe operaia.
Nel 1958 Calvino pubblicava sulla rivista "Officina" il racconto I giovani del Po, che aveva scritto alcuni anni prima, tra il 1950 e il 1951. Il tema è comune a tanta narrativa di quel tempo. Nino, un giovane cresciuto nella riviera ligure, si reca a Torino per lavorare in un'industria e per buttarsi nella lotta di classe, partecipando alla costruzione di quell'uomo nuovo che si era formato agli ideali della Resistenza. Giunto a Torino, conosce e frequenta una ragazza, Giovanna, e gli amici di lei che appartengono tutti alla ricca borghesia. Tuttavia, anche se è preso dall'amore della ragazza e dal fascino della grande città industriale, nonostante la morte di Giovanna durante una manifestazione, non subisce alcuna crisi politica. Rimane, anzi, fino alla conclusione del racconto, un eroe positivo del Comunismo.
Nel 1958 Calvino pubblicava I racconti, in cui riuniva tutti quelli scritti fra il 1945 e il 1958. Il volume è ordinato in quattro sezioni: Gli idilli difficili, Le memorie difficili, Gli amori difficili, La vita difficile.
Questo è uno dei libri più significativi della poetica e dell'arte di Calvino, perché ci offre il senso amaro della realtà della vita attraverso una immaginazione festosa e umoristica che tende alla fiaba..
Ne La giornata di uno scrutatore (1963) Calvino, in netta opposizione alla Neoavanguardia, con cui fu in forte polemica, ritorna alla moda del romanzo naturalista e intimista della nostra tradizione. Calvino in questo romanzo "lancia la sfida al labirinto, vale a dire cerca di rappresentare le persuasioni, le incertezze, le contraddizioni, gli impulsi dell'intellettuale contemporaneo, descrivendoci il labirinto in cui egli si muove, il groviglio dei problemi a cui non sa dare una risposta sicura, ma anche la sua volontà di non adagiarsi nel labirinto, di continuare a pensare e a lottare per uscirne"
(C. Salinari)
Lo spunto del romanzo è stato offerto da un'esperienza che Calvino ha fatto come scrutatore durante le elezioni politiche del 1953 presso l'Istituto Cottolengo, di Torino. Per la prima volta gli si apriva un mondo sconosciuto, quello dei malati cronici, che le suore, in una disperata eroica lotta contro la natura, cercano di curare. Quell'esperienza lo turba a fondo, in quanto egli intuisce il senso dell'amore nella sua qualità più alta; e non solo l'amore di un povero contadino che ogni domenica viene al Cottolengo a trovare il proprio figlio per imboccarlo affettuosamente - un amore, quindi, senza scelta, e senza alcuna speranza - ma anche l'amore delle suore "che, in quanto liberamente scelto in nome di qualcosa che lo supera, non conosce la sofferenza del vero sacrificio... Calvino non vuole dare delle soluzioni, ma solo esprime un'angoscia, che è l'apertura di una nuova dimensione: la dimensione dei sentimenti, oltre che delle idee."
(Pullini)
Ancora nel 1963 Calvino pubblicava Marcovaldo, ovvero Le Stagioni in città. Il libro comprende venti novelle, che costituiscono una trama fiabesca attorno alle esperienze di Marcovaldo, un povero diavolo, esiliato in città con numerosa prole, sempre affamata. In mezzo alla città di cemento e di asfalto Marcovaldo va in cerca della Natura. Quella che egli trova è una natura compromessa con la vita artificiale; Marcovaldo è concepito come personaggio buffo e insieme malinconico, il quale, in una serie di avventure, a mo' di vignette illustrate, di stagione in stagione sente sempre più alienarsi in un mondo disumano e innaturale. Lultimo racconto, Luna e Gnac conclude col constatare che non c'è più posto sulla terra per una felicità naturale, per una libera armonia tra l'uomo e la natura.
Nel 1965 con Le cosmicomiche Calvino affrontava un tipo di racconto fantascientifico, come una storia a ritroso sull'origine del mondo con le successive catastrofi. Protagonista è un vecchio-saggio-giovane, il quale rappresenta l'uomo dell’origine del mondo e della sua fine, come vuole la teoria scientifica secondo cui la distruzione dell'universo avverrà con lo stesso processo biofisico con cui è nato.
Influenzato dallo strutturalismo, Calvino, attraverso un meccanismo combinatorio, dà luogo a un vero e proprio gioco di possibilità narrative nelle sue opere Il castello dei destini incrociati e Le città invisibili.
"Italo Calvino pubblicò Il castello dei destini incrociati (Torino, Einaudi, 1973) nel 1969; il testo letterario faceva da contrappunto alla riproduzione delle miniature d'un mazzo di carte di tarocchi quattrocenteschi. L'origine era proprio nelle sollecitazioni fantastiche offerte dai simboli del gioco. Allineando una serie di carte, lo scrittore vi riconosceva una storia compiuta, di cui era possibile interpretare verbalmente il significato. Una di queste carte poteva poi costituire il punto di partenza per un'altra storia; una terza si aggiungeva, incrociandosi alle precedenti, e così via, sino all'esaurimento del mazzo, che tutto dispiegato, presentava un insieme di intrecci narrativi leggibili in modo diverso a seconda della carta d'avvio [...]
Nell'altro romanzo, Le città invisibili (1972), Calvino immagina che l'imperatore dei Tartari, Kublai Kan, ascolti i resoconti di Marco Polo sulle città che egli visita attraverso l'immenso impero conquistato con le armi. Quelle città invisibili per lui diventano visibili attraverso le descrizioni che ne fa Marco Polo e sono in netta antitesi con le città visibili in cui siamo costretti ad abitare ed in cui ognuno vive per non ricordarsi di vivere. E Marco Polo dice, meditando su questo inferno quotidiano:
Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventame parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'infemo, non è inferno, farlo durare e dargli spazio.
Nel 1979 Calvino ha pubblicato un singolare romanzo, Se una notte d'inverno un viaggiatore, in cui un Lettore e una Lettrice cercano di fare un romanzo ma il loro proposito viene sempre frustrato.
"Un romanzo implica innanzitutto una trascrizione della realtà: ma quale realtà? Se la realtà si trasforma in continuazione, ecco, di qui, la necessità che anche il libro si trasformi. Se la realtà è un "vuoto" di cose anche il libro sarà un vuoto di parole. Se la realtà è un meccanismo che si ripete inutilmente all'infinito, anche il libro diverrà un meccanismo che si ripete inutilmente all'infinito."
(G. De Rienzo)
Successivamente, la sfiducia in una conoscenza globale del mondo fu da lui espressa in Palomar (1983), ,. Purtroppo neanche il signor Palomar con tutte le sue analisi, riesce a sistemare ordinatamente la realtà.
Identica consapevolezza di una realtà inafferrabile era stata espressa nei saggi Collezione di sabbia (1984). "Italo Calvino chiudeva il pezzo da cui appunto il volume prende il titolo, con una espressione che all'indomani della sua scomparsa, assume improvvisamente spessore, in un clima, quasi, di bilancio umano e letterario, anche se il pezzo risale al 1974: "Così, decifrando il diario della melanconica (o felice?) collezionista di sabbia sono arrivato a interrogarmi su cosa c'è scritto in quella sabbia di parole scritte che ho messo in fila nella mia vita, quella sabbia che adesso mi appare tanto lontana dalle spiagge e dai deserti del vivere. Forse fissando la sabbia come sabbia, le parole come parole, potremo avvicinarci a capire come e in che misura il mondo triturato ed eroso possa ancora trovarvi fondamento e modello Un sapore di consuntivo, al termine di un itinerario volto, oltre "il vento confuso del vissuto" e oltre "il frastuono delle sensazioni deformanti e aggressive"... a captare la sostanza sabbiosa di tutte le cose, .........
Sempre nel genere narrativo esce nel 1986 Sotto il sole giaguaro.
"Tre racconti: Il nome, il naso; Sotto il sole giaguaro, Un re in ascolto, compongono questo libretto postumo, e rappresentano parte di una più vasta opera, I cinque sensi, una specie di rassegna, sotto veste narrativa, del vastissimo, affascinante mondo dei nostri sensi. [...] L’ultimo Calvino ha forse voluto darci un'allegoria della condizione ossessionata nella quale finisce per trovarsi chi vive di soli sensi, senza il minimo riscatto dello spirito dalla materia? Può darsi. …
(A. Mazza).
L’ultimo lavoro di Calvino: Lezioni americane, scritte nel 1985 e pubblicate nel 1988, comprendono sei conferenze che egli avrebbe dovuto tenere all'Università di Harvard sulla letteratura, secondo le categorie estetiche da lui stesso indicate come poetica: Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità; la sesta sulla Consistenza non fu scritta. Questo schema teorico gli faceva scrivere saggi interessanti su Cavalcanti, Galileo e altri.

Poetica
Il sentiero dei nidi di ragno è uno dei pochi libri di Calvino che possono essere ricollegati al neorealismo, anche per l’atteggiamento dello scrittore che aspira a far riecheggiare il racconto corale che si levava in Europa e in Italia dopo l’esperienza del fascismo, della guerra e della resistenza. L’io dello scrittore tende a scomparire, come nel cinema contemporaneo tendono a scomparire la mediazione del racconto e la mediazione letteraria. Si evidenzia tuttavia, già in questo primo racconto la struttura fiabesca tipica delle opere di Calvino.
Nelle opere successive lo scrittore, pur avendo preso coscienza della nuova realtà sociale alienante, non riesce a mettere ordine nella sua mente, a sistemare i molteplici e contraddittori problemi della società tecnologica che ha modificato e modifica continuamente le dimensioni della vita e del mondo. Così, la più drammatica e attuale realtà sociologica fa da contenuto drammatico e grottesco della favola calviniana.
Ne Il castello dei destini incrociati Calvino, influenzato dallo strutturalismo, davanti all'ambiguità delle vicende in cui i suoi personaggi incorrono, scopre che la casualità imprevedibile da cui sono sospinti non ha altro esito se non di distruzione, follia, morte. [...] Non per nulla Calvino ha preso ispirazione dal viluppo di imprese guerriere dell'Orlando furioso, poema troppo a lungo considerato un capolavoro di equilibrio sorridente, in realtà pervaso dalle inquietudini di una civiltà prossima al tramonto, in cui la fiducia nella ragione viene meno e la fortuna appare vera dominatrice delle cose umane. [...] Queste conclusioni desolate vengono ribadite con maggior forza ne La taverna dei destini incrociati, composto con lo stesso metodo del Castello. Il pessimismo cosmico vi assume coloritura religiosa: all'origine del tutto c'è il nulla ed ivi abita l'angelo del male.
Si potrebbe pensare che Le Cosmicomiche vogliano essere una sorta di parodia della fantascienza, o siano ispirate da infatuazioni per le grandi scoperte della scienza, ma in realtà esse costituiscono un aspetto coerente della narrativa di Calvino, secondo cui vanno bene le storie dove c'è il non essere contrapposto a quel che c'è, il vuoto contrapposto al pieno. Di nuovo c'è una sensibilità, un'angoscia cosmica, un pessimismo di tipo leopardiano, secondo cui tutto si trasforma nell'universo [...].
Non c'era più modo di fissare un punto di riferimento: la Galassia continuava a dar volta ma io non riuscivo più a contare i giri, qualsiasi punto poteva essere quello di partenza, qualsiasi segno accavallato agli altri poteva essere il mio, ma lo scoprirlo non sarebbe servito a niente, tanto era chiaro che indipendentemente dai segni lo spazio non esisteva e forse non era mai esistito.
La meditazione-contemplazione di Leopardi qui si è arricchita ancora di una più consapevole scettica vanificazione dell'io e del mondo. Pertanto anche il tema della solitudine di tipo romantico-leopardiana in Calvino è diventato dramma dell'incomunicabilità dell'uomo nelle sue esperienze più profonde.
“Nelle lezioni americane cerca di indicare quale potrà essere domani la letteratura e su quali valori puntare. Nulla di precettistico, […] ma fiducia in un rapporto con il linguaggio che risiede in una constatazione di fatto: la letteratura si salverà se andrà in direzione opposta a quella imboccata dalla nostra società attuale con i suoi feticci moralistici e tecnologici. In altre parole, una letteratura libera e critica che si muova senza limiti nello spazio infinito dell'intelligenza e con la sconfinata ambizione che nessun obiettivo le è precluso; […] solo questa sfida assoluta al mondo potrà dare domani un senso all'esercizio dello scrivere ” (S. Pautasso ).

Tematica
Al fondo dell'apparente favola narrativa e del divertito tono ironico-fiabesco di Calvino c'è sempre una ben meditata e drammatica concezione della vita, alienata dai rapporti sociali, dalla tecnologia, dai pregiudizi, dalla moderna produzione industriale.
Scrittore razionalista e illuminista per natura e vocazione, Calvino attaccava il mito e la leggenda della Resistenza, pur e rimanendo sempre fedele alla realtà di una esperienza vissuta nella carne e nello spirito e lanciando una sfida ai detrattori di essa. “La sfiducia nell'ideale socialista lo porta fuori e lontano dal movimento operaio, ma non può togliergli la nostalgia di quella fiducia, di quella forza, di quella purezza. L’ideale della società di benessere avanzato dalla nuova borghesia, gli si rivela falso, provvisorio, ripugnante, anche se gli dà il fascino di una vita febbrile e intensa” (Salinari).
Egli avverte e soffre tutte le contraddizioni interiori dell'intellettuale italiano del dopoguerra, analizza e mette in evidenza la crisi della nuova società borghese, , ma trasferisce tutte le sue analisi sul piano della fiaba, col tono della fiaba, lasciando aperta la problematica. Per questo, egli rimane sempre oscillante tra fiaba e realtà, fra umorismo e razionalismo, in quanto il sorriso, il suo malinconico divertimento, mentre alleggerisce il dramma reale della vita, illumina la materia trattata e narrata di una risonanza morale imprevedibile e pensosa.
Un esempio bellissimo egli lo diede nel delineare la figura del barone rampante che si rifiuta di scendere a terra denunziando, nella sua ostinata negazione dell'ordine esistente.
“Davanti a una società corrotta […]Cosimo sceglie di stare al di fuori della mischia e al tempo stesso di misurarsi con essa e con la natura. […] L'uomo, da solo, deve superare un certo numero di prove, di pericoli per capire chi veramente è. E una volta capito chi è, cioè un contestatore "ante litteram", [...] il suo destino è compiuto. Invero non si tratta proprio di destino, ma di scelta. Qui è la morale (o la moralità) della sua follia. La vera vita, in definitiva, si può organizzare soltanto tra i rami degli alberi: questo è il messaggio di Cosimo… ” (Bonura)
“La condizione umana di Cosimo Piovasco di Rondò è positiva: [...] si afferma nella natura accordando ad essa le sue esigenze, si afferma nella società dando agli altri le proprie idee, partecipe, interessato e al tempo stesso individualisticamente indipendente dalle […] istituzioni sociali. E' in questa trama di rapporti che si realizza la sua libertà morale, su un fondo di protestantesimo laico […] che ignora il pessimismo della colpa e della predestinazione, ma che, al contrario, si apre all'illuministica fiducia nella natura umana e nella ragione...” (Pescio Bottino).
“... il ciclo di Marcovaldo sviluppa il tema del non inserimento dell'individuo indifeso nelle strutture sociali. Qui l'avventura è amara e quasi sempre porta il marchio della sconfitta. Il "clou" della figura è il dramma di chi, non più campagnolo e non inurbato, è stritolato dallo spietato ingranaggio della vita associata: la fame, la miseria, i figli numerosi, l'astio della moglie, ne sono conseguenze. […]. Saranno le sofferenze più elementari della vita sua e dei figli a muovere la sua avventurosa ricerca della natura, alla quale la città oppone […] le sue innumerevoli capacità di frustrazioni. (Pescio Bottino)