VITALIANO BRANCATI

VITA
TEMATICA
(Liberamente tratto da Giuseppe Giacalone –La Pratica della Letteratura Novecento–Guida Modulare alla storia della letteratura Italiana Antologia Tomo II F.lli Ferraro Editori 1997 Pag. 757-758 764-766)


Vita
Vitaliano Brancati nacque a Pachino (Siracusa) nel 1907, ma trascorse gran parte della adolescenza e della giovinezza a Catania. Il padre era avvocato e scrittore di novelle e di articoli di varia letteratura; il nonno materno era autore di poesie in vernacolo. In quell'ambiente familiare borghese la sua prima adolescenza trascorse piuttosto nell'isolamento dai giovani e nella consuetudine con persone anziane. Il primo trauma della sua giovinezza è avvertito al primo sorgere dei moti fascisti che turbano la sua famiglia e al contatto con la cultura dell'ambiente catanese. Gli inizi della sua carriera di scrittore furono alquanto incerti e contraddittori: dapprima egli fu dominato dall'influenza di dottrine vitalistiche e nietzschiane, e le sue prime opere, il dramma Piave e il romanzo L'amico del vincitore, dimostrano molta simpatia per il regime fascista: cosa del resto attestata anche dal poema drammatico intitolato Fedor (1924). Nel 1929 si laureò a Catania in Lettere con una tesi su De Roberto ottenendo il massimo dei voti e la lode. Si recò a Roma ed entrò nella redazione de "Il Tevere" e nelle grazie dei fascisti. Nel 1933 venne nominato professore di Italiano in un Istituto Magistrale di Roma. Intanto entrava in contatto con ambienti di cultura più aperti e progressivi di quelli della sua Catania e si svincolava gradatamente di certi complessi isolani. Nello stesso anno scriveva il romanzo Singolare avventura di viaggio, che, pubblicato nel 1934, veniva subito sequestrato dalla censura per immoralità. Anche una sua commedia, Don Giovanni involontario, veniva boicottata al Teatro delle Arti a Roma per le allusioni a un gerarca.
Intanto si era trasferito a Caltanissetta e, tra il 1934 e il '36, scriveva il romanzo Gli anni perduti, in cui cominciava l'esame critico della noia della vita siciliana in provincia: nel frattempo, il contatto con i circoli liberali e crociani lo distaccava dalle posizioni politiche giovanili, infondendogli quella carica di moralismo che gli farà vedere in un'altra dimensione culturale la vita e i costumi della sua Catania. Dal 1937, allontanatosi ormai dal fascismo, intraprese l'insegnamento scolastico in istituti magistrali, a Caltanisetta e a Catania. Trasferitosi a Roma nel 1941, si dedicò anche alla stesura di testi drammatici: nel 1942 conobbe l'attrice Anna Proclemer che sposò nel 1946, quando, ala fine della guerra si stabilì definitivamente a Roma. Continuò a scrivere su per giornali e riviste, schierandosi su posizione di liberalismo radicale: dal 1948 iniziò a collaborare al "Corriere della Sera" e dal '49 a "Il Mondo"; lavorò ancora per il teatro e per il cinema e fu molto amareggiato dal caso sollevato dalla sua commedia La governante, scritta nel 1952 e bloccata dalla censura teatrale e che pubblicò facendola precedere da uno scritto polemico, Ritorno alla censura. Difficile diveniva anche la sua vita privata per la separazione dalla moglie e per il sopraggiungere di una grave malattia: la sua attività fu troncata dalla morte, avvenuta a Torino durante una operazione chirurgica, il 25 settembre 1954.

Tematica
Se il meridionalismo di Alvaro è lirico e quello di Silone sociale, il meridionalismo di Brancati è ironico e moralistico. Egli rappresenta la vita pigra e sonnolenta della provincia siciliana, perlopiù concentrandosi nella rappresentazione del "gallismo" e dell'ossessione della donna e dell'eros. Il moralismo si stempera però in una caricatura in fondo non priva di qualche adesione e simpatia per i suoi eroi. Così, talora, la comicità si trasforma in amaro umorismo, lasciando intravedere una prospettiva esistenziale e psicologica e la lezione pirandelliana: in questi casi (per esempio nel Bell'Antonio) l'autore riesce a cogliere la scissione della personalità nella maschera, nella divaricazione fra realtà interiore, fatta di dubbi e di angosce, e la necessità di adeguarsi alle convenzioni piccolo borghesi. Approfondendo quest'ultima linea, nel romanzo incompiuto Paolo il caldo, l'eros si separa addirittura dalla comicità e dall'umorismo e si presenta come tragedia, come ossessione drammatica, accompagnandosi alla paura della morte e al sentimento di una vita vissuta come scialo, al di fuori di un ordine razionale e di qualsiasi possibile felicità.
Il primo libro della trilogia del "gallismo", che lo impose all'attenzione della critica e che dimostrò le sue positive qualità di narratore, fu il romanzo Don Giovanni in Sicilia (1941). Il distacco dal Fascismo era già avvenuto, ma, non avendo egli il coraggio del gesto clamoroso, preferì seguire le linee del suo romanzo precedente calando la vicenda nel vivo del mondo provinciale. Nel formulare la psicologia dei suoi personaggi, tutti antieroi e velleitari, egli esprimeva a modo suo un giudizio negativo sulla società fascista. In una presentazione beffarda e divertita della vita, delle abitudini e dei personaggi della Sicilia, egli ci presenta una società borghese estremamente lontana da quella voluta dalla ideologia fascista. "Lo stesso "gallismo" che è uno degli aspetti più importanti del racconto e dà il via alle variazioni su questo tema dei due romanzi successivi, ha il preciso significato di contrapporre al vitalismo politico del gerarca in orbace e camicia nera, la vitalità più umana di una sensualità che, però, per altra via, finisce col diventare un'ossessione"
(LAURETTA).
Nel Bell'Antonío (1949) il tema politico e il tema erotico, più congeniale alla poetica di Brancati, trovano modo di arricchirsi a vicenda, modificando e variando in un certo senso la consueta tematica dell'erotismo, del gallismo e dell'impotenza sessuale. Perché anche in questo ameno romanzo il tema del gallismo è ossessivo nel padre del Bell'Antonio, un tipo sanguigno, gallo per indole, se è vero che ha molti figli naturali in giro, che alla fine, durante un bombardamento, pur essendo vecchio settantenne, se ne va a morire in casa di una povera prostituta, affinché da morto salvi l'onore e la dignità erotica del suo nome. Ed è ossessivo anche in Antonio, in quanto genera la sua malinconia, dovuta all'ansia per una felicità sensuale di cui gli è negato godere.
Che le tre matrici fondamentali della sua arte e a lui più congeniali, quella del gallismo, quella della politica e quella del moralismo, qui confluiscano in modo unitario dando alla narrazione una freschezza e una vivacità dialogica, ravvivata, peraltro da una sintassi ambivalente derivata dal dialetto e dalla cultura, è cosa già messa in luce dalla critica. Ma quel che qui conta, è soprattutto il fatto che il gallismo siciliano non è più visto fine a se stesso, bensì è l'equivalente sessuale del velleitarismo e del gallismo politico dei fascisti, di modo che giovinezza, capacità sessuale, vigore maschio, potenza politica risultano deliziosamente intrecciati in una satira divertita, ma anche controllata dalla moralità di Brancati, che ha conosciuto la vergogna e la nausea del regime fascista.