Vita
Nacque a San Luca di Calabria (prov. di Reggio) nel 1895, da Antonia Giampaolo, figlia di piccoli proprietari e da Antonio, maestro elementare, da cui ricevette la prima istruzione. Studiò presso il collegio dei Gesuiti di Mondragone; frequentò l'ultimo anno del Ginnasio nel collegio di Aurelia (Roma). Conseguì la licenza liceale nel 1913 a Catanzaro e nel 1919 la laurea in Lettere all'Università di Milano. Fondamentale tappa della sua formazione fu la sua partecipazione alla prima guerra mondiale, durante la quale fu ferito sul Carso.
Scriveva i suoi primi libri, La siepe e l'orto e L'uomo nel labirinto e contemporaneamente, ultimava i suoi studi e lavorava come giornalista nella redazione del "Resto del Carlino", poi nel "Corriere della Sera" e infine nella "Stampa" di Torino. "Sono proprio questi anni della guerra e del dopoguerra, segnati apertamente dal contatto con un ambiente diverso da quello della sua infanzia, che danno le postille della sua formazione e che recano già impliciti i limiti e le aperture della sua mentalità e della sua umanità. Mentre gli si ingrandisce nella memoria il ricordo della sua terra calabra, gli si propongono con urgenza le dimensioni della cultura di quegli anni: il rapporto tra letteratura e vita gli è offerto nei modelli autorevoli di Verga da una parte e di D'Annunzio dall'altra, [
] è opportuno qui riconoscere la sua volontà di afferrare pienamente quello che egli considera la sostanza della nostra età storica, caratterizzata dal sentimento di una necessità di sradicarsi dell'uomo da quello che è stato per secoli il suo mondo e la sua vita, verso approdi incerti di una realtà più vasta" (Scrivano).
Nel 1921 divenne corrispondente da Parigi de "Il Mondo" di C. Amendola e l'anno dopo collaborò direttamente in Italia col giornale in chiave antifascista. Ma nel 1926 fu invitato a recarsi a Parigi, dopo che il giornale era stato soppresso dal regime. Egli rifiutò mettendosi in urto con le autorità. Intanto collaborava con diverse riviste letterarie e dopo il 1927 gli attacchi del regime lo indussero a recarsi a Berlino, dove continuò la sua attività di critico e di giornalista. Dalla Germania ritornava il 1930, anno in cui pubblicava il suo capolavoro Gente in Aspromonte, che suscitò subito giudizi assai positivi.
Nel 1917 aveva scritto Poesie grigioverdi, nel 1920 La siepe e l'orto, nel 1926 L'uomo del labirinto; ma aveva richiamato l'attenzione su di sé con L'amata alla finestra nel 1929. Con Gente in Aspromonte vinse il premio "La Stampa" quando era direttore Curzio Malaparte. Come corrispondente della "Stampa" intanto egli dovette recarsi in Russia, nel Medio Oriente, in Germania, in Turchia, in Svizzera, in Francia e in Grecia.
Intanto non tralasciava la sua attività di narratore, pubblicando un libro interessante sull'uomo moderno vittima delle dittature, L'uomo è forte (1938), che venne in parte censurato. Nel 1940 gli venne conferito il Premio dell'Accademia d'Italia per la letteratura. Durante i quarantacinque giorni del governo Badoglio fu chiamato a dirigere "Il Popolo di Roma", ma l'8 settembre dovette rifugiarsi a Chieti, dove assunse il nome di Guido Giorgi, per sfuggire alle persecuzioni nazi-fasciste. Dopo la liberazione di Roma fondò il Sindacato degli Scrittori con Libero Bigiaretti e Francesco Jovine e costituì qualche anno dopo la Cassa di Assistenza e Previdenza tra gli scrittori italiani di cui fu Segretario e Presidente. Nel 1946 pubblicò uno dei suoi libri migliori, L'età breve, che suscitò nuovi interessi nella critica italiana. Nel 1947 assunse la direzione del "Risorgimento" di Napoli; ma, poiché il suo atteggiamento di uomo di sinistra era incompatibile con l'ispirazione politica liberale del giornale, egli preferì dimettersi, riservandosi soltanto l'incarico di collaboratore del "Corriere della Sera" e, come critico teatrale, de "Il Mondo".
Nel 1951 ottenne il premio Strega per il suo libro Quasi una vita. Giornale di uno scrittore (1950). Nel 1952 pubblicò Il nostro tempo e la speranza. Saggi di vita contemporanea; e nel 1955 Settantacinque racconti. Si preparava ad ultimare altri romanzi, quando fu colpito da un male inesorabile che lo stroncò l'11 giugno del 1956; su suo desiderio fu sepolto nel cimitero di Vallerano in provincia di Viterbo, quasi a confermare il suo bisogno di appartarsi dalla vita caotica della città. Furono pubblicati postumi: Belmoro (1957), Mastrangelina (1960), Tutto è accaduto (1961). Nel 1957 un gruppo di amici e di critici autorevoli gli dedicò una serie di saggi, con il titolo Omaggio a C. Alvaro: una sintesi di scritti di notevole valore per comprendere l'opera e la personalità del nostro poeta.
Poetica
Di qui i due poli della narrativa di Alvaro che solo in superficie sono la terra e la città, ma che, a guardar più a fondo, si rivelano come due modi di concepire la terra, il suo paese, la Calabria: l'uno reale, carne e sangue della sua esperienza storica, della sua generazione, l'altro mitico, collegato alle suggestioni culturali dei simboli decadenti. La città è solo il termine dialettico negativo: che deve sottolineare l'inutile tentativo di sottrarsi al proprio destino con una soluzione puramente individuale del giovane contadino che, a prezzo di sacrifici, vi va a studiare o a lavorare, [
] Ricostruendo in tal modo la personalità di Alvaro si può vedere con chiarezza il nesso che lega i vari aspetti, anche contraddittori, della sua opera. Non ci si stupirà della faccia cosmopolita irriducibile, ma la si ritroverà, anche quando parla della sua terra, in certe compiacenze estetiche, in certe abbondanze di immagini e di colori: nelle scorie cioè di cui Alvaro non riesce a liberarsi neppure nelle pagine più riuscite e nel suo capolavoro Gente in Aspromonte. E si ritroverà il migliore Alvaro quando la sua Calabria cessa di essere un rifugio romantico e decadente, un'oasi di originaria innocenza, e diventa la Calabria reale con i suoi pastori e la loro vita di stenti e di miseria (Salinari).
L'aspetto lirico dell'ispirazione di Alvaro narratore, si sostanzia di un senso epico-drammatico nella descrizione dell'ambiente; cova dentro di lui un insuperabile contrasto tra il mondo della memoria, puntualizzato nel paese della Calabria e nella povera gente che vive in drammi di miseria e disperato lavoro, e l'ansia di un mondo nuovo in cui sempre più savverte l'urgenza di una migliore giustizia, ma in cui non scompare il timore di una delusione disperata. In questo senso sono fondamentali due suoi volumi, L'età breve e Il nostro tempo e la speranza, in cui Alvaro suggerisce come rimedio supremo la solidarietà umana e la speranza.
Due sono i punti fermi della sua formazione di scrittore: la lezione del Verga, rielaborata in una indagine interiore di sentimenti, di nostalgie e di memorie; e quel surrealismo che è conseguenza diretta della sua riflessione sulla civiltà moderna.
Tematica
Corrado Alvaro ci appare soprattutto come interprete della crisi generale della involuzione dell'eredità storica del nostro Risorgimento, nei cui ideali Alvaro ha creduto per tutta la sua vita, ma che vennero messi in crisi nell'urto delle nuove circostanze storiche. "Il primo scacco venne dal Fascismo, che calpestò quegli ideali, per il trionfo dei quali Alvaro e quelli della sua generazione credevano di aver combattuto nella Grande guerra. Si formò allora un senso di rivolta, che però non esplodeva, ma rimaneva amaro e soffocato, dando luogo ad uno stato di disagio, di stupore, di perplessità; e ne nacquero un assiduo ritrarsi dalla realtà storica, un rifugiarsi nel conforto della solitudine interiore, e una sempre frustrata ansia di uscire da quell'esilio verso nuove deludenti scoperte. L'opera di Alvaro, formatasi quasi tutta nel ventennio fascista, è nata sostanzialmente da questo stato d'animo. Di contro alla demagogia del regime, ecco il rifugio alla terra natia, nel contatto con gli umili, con le cose e con i sentimenti conservatisi nella loro naturale verginità e schiettezza, col mondo patriarcale dell'infanzia, e anche coi problemi di fondo, insoluti o ignorati, che di quella ricognizione lo scrittore veniva scoprendo" (Trombatore).
Aver conosciuto da vicino la cultura , i regimi politici, i costumi liberali e dittatoriali, le crisi dell'uomo e delle metropoli industriali di quasi tutti i paesi europei fece di Alvaro uomo di cultura europea e attraverso questa esperienza colse il dramma più vasto dell'uomo contemporaneo, di cui quello della sua terra di Calabria non era che un aspetto, forse il più disperato.
L'ansia di vivere nella babele cittadina e l'eterna nostalgia dell'idillio del paese lontano costituiscono linsanabile dissidio interiore dei personaggi di Alvaro. Ma anche questo dissidio trova una giustificazione storico-politica: la prima guerra mondiale fu per lui un cataclisma in cui risultarono inutili i gesti nobili e i sacrifici sublimi; la guerra gli si presenta come una specie di allargamento più spietato e crudele di quel lavoro bruto e avvilente dei suoi pastori e dei contadini della sua Calabria:
Hanno inventata una guerra, alla fine, per i contadini e i montanari, per i fabbricatori di case, per i minatori, i facitori di argini, i costruttori di strade. La guerra è divenuta una quintessenza della fatica umana più primitiva.
Dopo la guerra venne il Fascismo. Questo regime politico ai suoi occhi si presentò come il: "trionfo del ricco sul povero, del potente sul debole. della retorica sulla verità, della città sulla campagna, di un ordinamento militaresco sulla libertà individuale, della ipocrisia sulla schiettezza. V'è, quindi, un rapporto dialettico fra le vicende della nostra storia nei primi trent'anni del secolo e la formazione morale e culturale di Alvaro e direi di tutto un filone di intellettuali italiani" (Salinari).
La sua formazione culturale fu individualistica, di tipo radicale, "di origine contadina e piccolo-borghese, con un atteggiamento di critica avanzata nei confronti delle strutture della società italiana, ma anche con l'incapacità d'individuare le forze reali che quelle strutture possono modificare" (Salinari). Il suo è un atteggiamento moralistico, che non riesce a superare un tono paternalistico e leggermente estetizzante. Non c'è da stupire che in questo atteggiamento s'innestino con facilità le suggestioni e i motivi del Decadentismo europeo. Perché da una parte c'è la realtà della sofferenza contadina, dell'arretratezza delle regioni meridionali, dall'altra c'è il vagheggiamento di un mondo bambino che richiama "l'innocenza dell'infanzia dello stato di natura che viene esaltato come porto tranquillo per l'ansia dell'uomo logorato nelle città. L'innesto è facile, ma è anche artificiale, perché quei miti del Decadentismo erano sorti sull'esperienza di società in cui la rivoluzione democratico-borghese era stata portata fino in fondo e in cui i fenomeni dell'industrialismo, del macchinismo, dell'urbanesimo, dell'alienazione moderna dell'uomo avevano assunto proporzioni mostruose. Ed erano perciò sproporzionati nella nostra Italia ancora semifeudale, in cui l'elemento storicamente più vero continuava ad essere quello della denunzia e della spinta per un ulteriore progresso".
( Salinari).