PENA DI MORTE
QUANDO LA VITA GENERA MORTE (LEGALMENTE)
I GRECI
La civiltà greca ebbe inizio nel XV-XIV sec. a.C. con l'occupazione della Grecia da parte degli Eoli e dei Dori, per finire nel I sec. a.C., in seguito all'annessione all'Impero romano.
La tragedia greca, nelle sue espressione più antiche, ha più volte rispecchiato l'idea della giustizia come obbligo di vendetta spettante soprattutto ai figli della vittima. Così, nelle Coefore di Eschilo, inutilmente Oreste cerca di sottrarsi a questo pesante dovere, dal momento che l'oracolo di Apollo gli ha predetto infinitti dolori e malattia qualora non vendichi l'assassinio di Agamennone.
Nella polis greca la permanenza della pena di morte ha subito ripensamenti e attenuazioni, specie nelle vicende politiche e costituzionali di Atene, registrando il graduale superamento del concetto di punizione come vendetta, anche se a lungo le esecuzioni erano state lasciate all'iniziativa dei familiari della vittima.
In alcune opere di Platone vengono considerate da un lato l'utilità delle pene per l'emendazione del colpevole e per la prevenzione di ulteriori mali, dall'altro l'eccezionalità della pena di morte da comminare in casi gravissimi (sacrilegio, omicidio di parenti, crimini contro lo Stato) e nei confronti degli incorreggibili, rifacendosi alla legge del taglione. Ecco cosa dice Platone nelle sue Leggi:
"...se uno è riconosciuto colpevole di siffatto omicidio, avendo ucciso qualcuna delle suddette persone, i servi dei giudici e i magistrati lo uccideranno e lo getteranno nudo in un trivio prestabilito, fuori della città; tutti i magistrati portino una pietra in nome di tutto lo Stato scagliandola sul capo del cadavere, poi lo portino ai confini dello Stato e lo gettino al di là insepolto; questa è la legge".
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