PENA DI MORTE
QUANDO LA VITA GENERA MORTE (LEGALMENTE)
COSA DICE L'EBRAISMO?
Nelle comunità religiose ebraiche, quelle derivate dalla diaspora, non esiste una struttura gerarchica che imponga scelte morali a tutti; le varie etnie hanno un loro rabbino capo e l'autorità maggiore viene riconosciuta al rabbino di Gerusalemme (che tuttavia rimane un primus inter pares), ma ogni rabbino gode di autonomia e sono le sentenze rabbiniche ad essere
punto di riferimento per la comunità.
Per gli Ebrei ortodossi ancora oggi vale la legge mosaica della "vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede", codificata nei 617 precetti del Deuteronomio e del Levitico, secondo la quale la pena di morte è un legittimo strumento di punizione. Le colpe che essa punisce sono l'omocidio, l'adulterio, l'incesto (inteso in senso molto ampio), i rapporti omosessuali, la maledizione dei genitori, la bestemmia, l'idolatria, la violazione del sabato, il divorzio (in questo caso solo la donna viene punita); i metodi per eseguire la condanna a morte sono la lapidazione, il rogo, la sospensione al legno, il colpo di spada, lo strangolamento e la somministrazione di gocce di piombo incandescente in gola. In realtà oggi essa risulta inapplicabile in toto o per alcuni reati e nella forma tradizionale della lapidazione, in quanto a volte in contrasto con le leggi civili dei Paesi in cui le comunità ebraiche si trovano; come nello Stato di Israele, che è uno Stato laico in cui la legge civile è indipendente dai precetti religiosi, sebbene la pena di morte sia in vigore e punisca il genocidio e i reati militari.
Un Ebreo quindi non trova ragioni di rifiuto per la pena di morte nella propria religione, ma eventualmente solo nella propria coscienza.
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