Chiostro
ottagonale
Il chiostro ottagonale, detto anche dei Carracci, si trova nel convento dei monaci olivetani, attuale sede degli Istituti Ortopedici Rizzoli, attiguo alla Chiesa di San Michele in Bosco, situata sul colle omonimo che domina la città di Bologna.
Il chiostro, che si presenta immediatamente a sud della Chiesa, venne eretto tra il 1602 e il 1603 su progetto di Pietro Fiorini, da tempo al servizio dell'ordine olivetano e Architetto del Senato cittadino, rappresentante dello stile architettonico di stampo classicista presente a Bologna tra Cinque e Seicento.
L'edificio, realizzato in mattone e arenaria entro il perimetro di un preesistente recinto quadrangolare di impianto quattrocentesco, ha una pianta davvero originale, "bizzarra architettura", la definì il canonico Carlo Cesare Malvasia, a cui si deve la prima guida artistica di Bologna nel 1686. In ciascuna delle otto facciate del portico si apre una serliana di ordine toscano racchiusa dentro un ordine maggiore di paraste corinzie angolari. Le facciate sono sormontate da un attico a balaustra che si svolge continua, interrotta soltanto in prossimità degli angoli dai piedistalli reggenti l'emblema olivetano.

Alla tripartizione della serliana sul fronte anteriore risponde la tripartizione delle pareti di fondo della galleria porticata che comprende 37 scomparti di dimensioni diverse, 5 per ogni lato dell'ottagono meno i tre vani corrispondenti ai portali di ingresso. In questi scomparti venne realizzato un ciclo di pitture. La scelta della serliana molto probabilmente, quindi, venne compiuta per conferire una migliore illuminazione e visibilità al portico: secondo questa interpretazione, le facciate costituiscono l'intelaiatura del discorso prospettico e figurativo svolto dalla pittura all'interno del portico. La cisterna al centro del cortile rappresenta il fulcro ottico e spaziale del sistema.
Il vasto ciclo di pitture murali doveva comprendere Storie della vita di San Benedetto e di Santa Cecilia. L'opera fu commissionata probabilmente già nei primi mesi del 1603 dai monaci olivetani a Bologna a Ludovico Carracci e alla sua bottega, con funzioni di progettazione e di coordinamento dell'impresa, e a Roma a Guido Reni, già allievo del Carracci.
Gli spazi maggiori di ogni campata furono riservati a 21 episodi della vita di San Benedetto, fondatore dell'ordine, ispirati al II libro dei Dialogi gregoriani, mentre negli angoli ciechi dell'ottagono, separati dai primi mediante lesene in cotto, vennero dipinti 16 episodi della vita di Santa Cecilia ispirati all'Historia passionis beatae Ceciliae di A.Bosio, pubblicata a Roma nel 1600, subito dopo il ritrovamento delle spoglie della martire paleocristiana all'interno della basilica di Trastevere, avvenuto nel 1559 nel corso del restaturo promosso dal cardinale del titolo di Santa Cecilia, protettore degli Olivetani, Emilio Sfrondati. Le storie di Santa Cecilia furono immaginate come piccole pale d'altare, riportate su di uno zoccolo monocromato e incorniciate da motivi ornamentali, accostate a due a due.
I due cicli pittorici di ampiezza diversa costituirono un accostamento davvero singolare, un doppio binario narrativo che sembra mancare di precedenti diretti ma anche posteriori.
Le pitture avevano il compito di sostituirsi illusionisticamente alla superficie muraria spalancando virtualmente le arcate del chiostro con esiti di grande intensita' scenografica.
A tali effetti concorreva anche la tecnica pittorica scelta da Ludovico Carracci che fu ad olio su muro, o encausto, un procedimento più rapido e sciolto rispetto all'affresco e che permetteva di intervenire in qualsiasi momento con ritocchi e mani di rifinitura allo scopo di uniformare visivamente l'insieme.
Oltre alla generale supervisione e direzione dei lavori, Ludovico Carracci si riservò il contributo più significativo dell'impresa, 7 riquadri sul totale, 3 scomparti grandi fra cui il "Demonio sul masso" e l'"Incendio di Montecassino" più 4 scomparti mezzani, tutti del ciclo benedettino.
A Guido Reni vennero in un primo tempo assegnati gli altri 2 scomparti maggiori al centro delle campate, dei quali uno soltanto venne effettivamente eseguito "San Benedetto che nell'eremo di Subiaco riceve doni dai contadini" (nel 1613 gli subentrò Alessandro Tiarini). Gli altri dipinti vennero eseguiti dagli "Incamminati Academici del Disegno": Lucio Massari, Lorenzo Garbieri, Giacomo Gavedoni, Francesco Brizio, Alessandro Albini, Lionello Spada, Baldassarre Galanino, Sebastiano Razali, Aurelio Bonelli, Tommaso Campana.
Il ciclo venne eseguito negli anni 1604-1605 e completato nei primi mesi dell'anno successivo.
Forse già a partire da quel momento si manifestarono i segni del degrado progressivo e irreversibile dei dipinti che in ogni caso sono documentati a partire dal terzo decennio del secolo: la causa viene indicata nella tecnica usata per una decorazione esposta a forti escursioni termiche e ad un'elevata umidità ambientale e di risalita (sotto il lastricato in cotto si trova tuttora una grande cisterna per l'acqua) su murature costruite troppo di recente e non ancora assestate.
Un affresco, così
come è oggi
Lo stesso Reni si offrì di restaurare il proprio scomparto, ma l'operazione era destinata al fallimento.
In misura direttamente proporzionale al deteriorarsi delle pitture si ebbe la fortuna del ciclo che il canonico Malvasia verso la fine del secolo considera come opera altamente significativa della tradizione artistica cittadina. All'interesse di Malvasia si deve anche la prima serie di incisioni di una parte dei dipinti del chiostro, realizzata da Giacomo Giovannini, mentre nel secolo successivo venne realizzata un'opera più completa e per la ricostruzione storico-critica ad opera di Giovan Pietro Zanotti e per le stampe di tutti i dipinti incise da Giovanni Fabbri su disegni di Domenico Maria Fratta, Gaetano Gandolfi e Jacopo Alessandro Calvi: su di essa si basa ancor oggi la nostra conoscenza dei dipinti del chiostro.